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“Giuseppi” preso a schiaffi da Usa e Vaticano

“Giuseppi” è il peggior nemico di Conte da quando si è messo a maramaldeggiare con i servizi di sicurezza. Per arginare la sua intraprendenza in questa materia così incandescente, al Quirinale stanno pensando – in gran segreto, tanto per restare in tema – di istituire la figura del Consigliere per la sicurezza nazionale, analoga a quelle già esistenti in molti paesi del mondo, inclusi gli Emirati Arabi Uniti, che furono quasi dei precursori. Il nostro Capo dello Stato, che è un fine giurista, sa bene che per rendere operativa questa funzione, trasversale a tutti i Ministeri e che diventerebbe l’unico interfaccia del Presidente del Consiglio, occorre una modifica legislativa.

Mattarella, già Ministro della Difesa, ha da tempo in serbo questa novità, ma pare che il suo pensiero si sia rafforzato con la lettura del libro “In prima fila” di Giovanni Castellaneta. Il diplomatico italiano, nel raccontare nel suo libro la sua carriera a strettissimo contatto con quasi tutti i premier, sottolinea la mancanza nel nostro Paese di una tale figura, con la quale si è confrontato più volte in momenti di crisi di altri Stati, una fra tutte Condoleezza Rice, Consigliere per la sicurezza nazionale con gonna corta e stivali neri nella prima amministrazione Bush. “Il Paese non ha un assetto istituzionale in grado di assecondare i grandi mutamenti intercorsi a livello globale. […] Per contrastare il terrorismo, ma non solo quello, è necessario saper prevenire oppure essere in grado di rispondere con rapidità e flessibilità.

Una figura con autonomia e margine decisionale che sappia suggerire la strategia da adottare al Presidente del Consiglio consentendo anche che avvengano rapidamente interventi militari laddove necessario”. Con una funzione indipendente con queste caratteristiche, avremmo probabilmente evitato una gaffe dietro l’altra da parte del generale delle Fiamme Gialle Gennaro Vecchione che, da direttore  del Dis, si sente ormai il “grande capo” dei servizi di sicurezza anziché, tutt’al più, un coordinatore organizzativo, e che considera la nuova lussuosa sede dell’intelligence in Piazza Dante una sorta di Grand Hotel. Nei Servizi nessuno, infatti, si scandalizza per gli incontri avuti qui con il Ministro della Giustizia Usa, William Barr, in spregio al codice degli 007 italiani, che avrebbe richiesto luoghi sicuramente meno istituzionali. Mai infatti mischiare, come si dice in gergo spionaggistico, figure convenzionali come i ministri o i diplomatici con figure non convenzionali, come i dirigenti dell’intelligence, per non parlare delle barbe finte.

Certamente per convincere due militari di grande esperienza come i generali Luciano Carta e Mario Parente, capi rispettivamente dell’AISE e dell’AISI, a sedersi attorno ad un tavolo istituzionale con il Ministro di Trump su argomenti sensibili, come le ingerenze nelle elezioni americane, il generale Vecchione deve averli convocati in nome e per conto del Presidente del Consiglio. Questa è la domanda delle cento pistole che Raffaele Volpi, neo presidente leghista del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, rivolgerà a Conte. Si sa già che la difesa dell’avvocato degli italiani è giuridicamente debole. La missione segreta di Barr in Italia, dirà presumibilmente il premier, era nella sua veste di Procuratore generale e non in qualità di Ministro Usa. Tuttavia, per salvarsi politicamente, Conte sa già che dovrà allontanare Vecchione dal Dis, magari promettendogli, come sembra, la Prefettura di Napoli.

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