
Dopo oltre due settimane di manifestazioni duramente represse, le autorità iraniane stanno cercando di recuperare l’iniziativa politica. A Teheran e in altre città sono state organizzate mobilitazioni a sostegno della Repubblica Islamica, mentre sul fronte diplomatico è stato riattivato un contatto con Washington. Donald Trump ha confermato l’esistenza di un canale di comunicazione con gli Stati Uniti, utilizzato per tentare di contenere l’ipotesi di un intervento militare americano.
Parallelamente, i rapporti con i Paesi europei hanno registrato un irrigidimento. Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato i rappresentanti di Italia, Regno Unito, Francia e Germania, criticando le posizioni espresse dai rispettivi governi a favore dei manifestanti, definiti da Teheran “rivoltosi”. La mossa è arrivata in contemporanea con la decisione del Parlamento europeo di vietare l’ingresso ai rappresentanti iraniani.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che “la Repubblica Islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata alla guerra”, aggiungendo che Teheran sarebbe disposta ad avviare negoziati “equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco”. Araghchi ha inoltre spiegato di aver stabilito un “canale di comunicazione con l’inviato speciale del presidente degli Stati Uniti” Steve Witkoff. Secondo Axios, l’Iran vorrebbe ridurre il livello di tensione con Washington o quantomeno guadagnare tempo. Trump ha fatto sapere che è in discussione “un incontro” tra i due Paesi, pur sottolineando che gli Stati Uniti potrebbero “dover agire prima di un incontro” e che l’esercito sta valutando “opzioni molto concrete”, compresi attacchi mirati o operazioni informatiche.
Sul fronte europeo, l’atteggiamento del governo iraniano è stato più duro. I diplomatici di Berlino, Parigi, Roma e Londra sono stati convocati per visionare materiale che, secondo Teheran, documenterebbe episodi di violenza da parte dei manifestanti. Alle delegazioni è stato chiesto di riferire ai rispettivi governi e di “ritirare le dichiarazioni ufficiali a sostegno” delle proteste. Fonti europee hanno però descritto l’incontro come un semplice aggiornamento informativo.
Le manifestazioni pro-governative promosse in questi giorni hanno avuto l’obiettivo di mostrare un controllo della situazione interna, mentre la crisi economica continua a pesare sul Paese. Le immagini diffuse dai media statali ritraggono ampie partecipazioni in diverse città. La Guida Suprema Ali Khamenei ha definito queste mobilitazioni un “avvertimento” agli Stati Uniti. Nel frattempo, Cina e Russia hanno ribadito il loro sostegno a Teheran, con Mosca che si è detta disponibile a “coordinare le posizioni per garantire la sicurezza”.
Rimane incerto il bilancio reale delle proteste: il prolungato blocco di internet limita la circolazione delle informazioni. Secondo il governo, la situazione sarebbe “sotto controllo totale”, ma diverse fonti riportano un numero crescente di vittime. L’organizzazione Iran Human Rights, con sede in Norvegia, stima almeno 648 morti dal 28 dicembre, insieme a migliaia di feriti e arresti. Altre realtà, come il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana e la Fondazione Mohammadi, parlano di cifre significativamente più alte. Chi tenta di comunicare con l’esterno tramite Starlink rischia di essere individuato e accusato di sabotaggio, un reato che può comportare la pena di morte.
La situazione ha portato il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e l’Ambasciata virtuale di Teheran a diffondere un avviso urgente ai cittadini americani presenti nel Paese, esortandoli a “partire immediatamente” a causa dell’intensificarsi delle proteste, della violenza e delle limitazioni alle comunicazioni. L’allerta, diffusa lunedì, segnala i rischi derivanti da un contesto di instabilità crescente. Gli Stati Uniti non dispongono di una rappresentanza diplomatica in Iran; l’ambasciata svizzera garantisce soltanto servizi d’emergenza, e l’assistenza consolare resta molto limitata, soprattutto per i cittadini con doppia nazionalità.
In un’intervista al Corriere della Sera, Pierre Pahlavi — docente al Canadian Forces College, consulente per la Difesa del governo canadese e nipote dell’ultimo Scià — ha illustrato i contenuti dell’Iran Prosperity Project. “Abbiamo già un piano, non ci sarà il vuoto. Ci siamo preparati anni per questo momento. Il nostro Iran Prosperity Project ha linee dettagliate. La prima fase che affronteremo è quella dell’emergenza, per garantire nei primi 180 giorni la continuità dei servizi e della sicurezza. Poi arriverà la fase della stabilizzazione: far funzionare il Paese, assicurare i servizi essenziali, ripristinare la fiducia economica e mantenere una governance di base. Seguirà un processo costituzionale ed elezioni nazionali”. Pahlavi descrive il progetto come “una roadmap per la ripresa economica e il reinserimento dell’Iran nella comunità internazionale”, alla quale collaborerebbero “oltre cento esperti fuori e dentro il Paese”. L’obiettivo, spiega, “non è solo sopravvivere alla transizione. È sbloccare il nostro vero potenziale. Un Iran libero può essere prospero: un Paese che commercia con il mondo, attira investimenti, crea posti di lavoro e dà futuro ai suoi giovani, invece di farli fuggire”.
Franco Lodige, 13 gennaio 2026
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