
Negli ultimi giorni ho letto sui social una serie di commenti pieni di offese personali rivolte a Giorgia Meloni dopo la partecipazione a un dibattito pubblico in Tv. È un fenomeno che ormai purtroppo accompagna ogni tema politico o istituzionale: invece di discutere le idee, si colpiscono le persone.
La critica è legittima, anche dura: fa parte di una democrazia sana. L’offesa gratuita, invece, non è un’opinione: è solo un modo per trasformare il confronto in odio.
Capisco la frustrazione di chi non condivide alcune riforme o scelte istituzionali; capisco anche che l’opposizione abbia tutto il diritto di esprimere il proprio dissenso. Questo è il bello del pluralismo. Ma ciò che non può diventare normale è l’insulto come risposta automatica a qualsiasi cosa.
Sarebbe utile che il ruolo di chi ricopre incarichi istituzionali — di qualsiasi colore politico — venisse tutelato maggiormente dagli attacchi personali. Chi diffonde odio da profili falsi spesso si sente intoccabile, ma non dovrebbe esserlo: le regole esistono e andrebbero applicate con rigore, anche per ricordare che la libertà di parola non è libertà di insulto.
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Forse, se si iniziasse a pretendere più responsabilità e meno aggressività, molti capirebbero che il disaccordo può essere espresso senza scadere nell’ostilità personale. Un paese civile si riconosce anche dal modo in cui discute le proprie differenze. Chissà, magari una querela e una bella e pesante sanzione, potrebbe mettere a riposo questi boccaloni.
Beppe Fantin, 18 marzo 2026
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