Politica

Grillini smentiti. Il taglio dei Parlamentari? Ora i costi sono aumentati

Il Bilancio di Camera e Senato dimostra che la Bestia statale si ingozza nonostante tutti e tutto: i dati

Giuseppe Conte Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Noi di Nicolaporro.it lo avevamo previsto: quando i grillini ostentavano il “taglio dei parlamentari” come simbolo di una politica più snella e meno onerosa, la realtà dei fatti avrebbe dimostrato che nulla sarebbe cambiato davvero. Era evidente fin dall’inizio che, nonostante un minore numero di onorevoli, si sarebbe comunque trovato il modo di riportare i bilanci ai livelli precedenti. Perché lo Stato italiano, con la sua «Bestia» burocratica e contabile, si ingozza allo stesso modo anche davanti a riforme costituzionali che dovrebbero tagliare i costi. Il risultato è l’ennesima conferma del fatto che le promesse populiste di risparmio sulla spesa pubblica vengono sistematicamente neutralizzate dai meccanismi interni della macchina statale.

La riforma costituzionale che ha portato la Camera dei deputati da 630 a 400 membri – cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle – doveva alleggerire i costi della politica. E invece, osservando i numeri ufficiali, non si riscontra una riduzione significativa della spesa complessiva: i conti di Palazzo Montecitorio sono rimasti stabili, e in realtà sono aumentati rispetto al passato.

Secondo i rendiconti ufficiali, nel quinquennio 2017-2021 la spesa annuale della Camera si attestava poco sopra il miliardo di euro (circa 1.034 milioni medi annui). Negli ultimi tre anni, dopo la riduzione dei parlamentari, la media è salita a circa 1,293 miliardi di euro. Nel solo 2024, ad esempio, il totale speso è stato circa 1,26 miliardi.

Il dato che emerge con più chiarezza è che la riduzione numerica dei deputati non si è tradotta in un taglio delle dotazioni complessive: molte voci del bilancio sono rimaste pressoché invariate e, considerando l’inflazione e l’aumento di alcuni costi, la spesa totale si mantiene su livelli superiori rispetto al passato.

Uno degli esempi più evidenti è la voce denominata “Contributo unico e onnicomprensivo” destinato ai gruppi parlamentari: anche con meno eletti, quella somma è rimasta stabile – intorno ai 30,9 milioni – e dunque si traduce in un ammontare maggiore per ciascun deputato.

A difendere l’effetto della riforma è intervenuto Filippo Scerra, questore della Camera ed esponente del Movimento 5 Stelle: secondo lui, senza il taglio dei parlamentari la spesa sarebbe stata ancora più alta, poiché la riduzione ha inciso almeno su una voce di bilancio legata alle indennità dei deputati usciti.

Scerra ha riconosciuto che altre componenti di spesa sono aumentate per effetto dell’inflazione e di maggiori costi di funzionamento, ma ha insistito che, nel complesso, il risparmio c’è stato su alcune specifiche poste.

Sulla stessa scia interpretativa si è mosso anche Paolo Trancassini di Fratelli d’Italia, che ha definito la gestione delle risorse come attenta e virtuosa, sottolineando che la spesa complessiva è rimasta sostanzialmente invariata nonostante l’impatto dell’inflazione e altri aumenti generalizzati.

Il quadro che emerge dai documenti di bilancio però è chiaro: il taglio dei deputati non ha prodotto una diminuzione netta dei costi totali di Montecitorio, pur avendo effettivamente ridotto qualche voce specifica. In termini assoluti, i conti della Camera restano sostanzialmente paragonabili a quelli precedenti alla riforma, mettendo in discussione le promesse di una significativa riduzione della spesa politica fatte al momento dell’approvazione della riforma stessa.

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