
Qui al Bar siamo impercettibilmente tristi, non malinconici, proprio tristi, sarà che un’altra estate è andata senza esserci stata, tutti tornano a bere il caffè e non sono felici, noi qui dentro non siamo felici. Nessuno è felice. E lo sappiamo che tutti ne hanno parlato, ne stanno parlando ma anche noi vogliamo dire qualcosa a proposito di Pippo Baudo. Perché tutti lo ricordano con l’elenco dei suoi talenti, della sua esperienza, ma il fatto è che Pippo si è ritrovato ad essere il ciambellano della nostra seconda risorgenza.
Ricordate? Forse gli avventori più stagionati sì, se lo ricordano: il Festival di Sanremo a metà anni Settanta era crollato, le femministe tanto per cambiare si erano messe di mezzo, non si capiva a che titolo, la Rai lo aveva mollato, solo dirette radiofoniche, da nessuno seguite, se andava bene giusto la serata finale, del sabato, ma in un’atmosfera dimessa, bancarellara; all’inizio del nuovo decennio Baudo lo raccatta, lo ridefinisce, lo plasma, ne fa un kolossal. Con dentro ambiguità, disinvolture, forzature? Come vi pare, ma quei festival divennero epocali, l’archetipo dell’evento che ancora oggi si trascina. Certo, Pippo officiava una kermesse piena di roba buona, dai cantanti alle canzoni, dagli ospiti ai comici: ma falla filare, dalle un’anima, una fisionomia!
Adesso guardalo, Sanremo. Ascoltalo. Qui al Bar la gente entrava canterellando quelle canzoni pop, ingenue, commerciali, non sempre, non solo di consumo: adesso cosa fai? Ti metti sulla scia dei maranza che sembrano il canto del muezzin? Pippo Baudo ha avuto una carriera lunga mezzo secolo, ma i migliori della nostra vita coincidono coi suoi: diciamo il decennio dal 1982 del favoloso Mundial spagnolo, a Tangentopoli, Mani Pulite, chiamatelo come vi pare, soprattutto all’entrata dell’Unione Europea che avrebbe immediatamente depresso l’Italia: era nata per quello, in fondo.
C’era gioia, forza di vivere: adesso si vive con rabbia e rassegnazione. Milano soppiantava Roma, si emancipava, nella moda, nel bel vivere che i detrattori definivano “da bere”: adesso è da vomitare. Berlusconi svecchiava il Paese partendo dalla televisione, dalla comunicazione. Luci ed ombre, ma era di nuovo bello vivere e vivere da italiani. Arrivò uno a promettere: da domani guadagneremo un giorno di più lavorando un giorno si meno. Era una delle tante bugie, era l’esatto contrario, il Paese senza argine politico prendeva a sprofondare, a immiserirsi, la gente si intristiva sempre più e Pippo tra Festival, Domeniche in e Sabati sera continuava a condurre una grandeur sempre più affaticata: finché i suoi sponsor politici furono travolti e lui stesso si avviò ad un mesto, ingiusto oblio.
Sarebbero mancati il suo gusto, il suo intuito, la sua autorevolezza, quel saper essere protagonista fra i protagonisti, maestro di cerimonia che sapeva cimentarsi nella canzonetta come nell’opera, nella conduzione come nell’intervista. Uomo nazionalpopolare ma di cultura, proiettato nel futuro delle masse ma vecchio stampo, dentro la modernità ma da siciliano, siciliano vero. Guardali adesso, i televisivi. Guardali i programmi. E guarda noi, come gente, come Paese, guarda le nostre facce, cupe, disilluse, svuotate. Orfane di un Pippo.
Il Barista, 19 agosto 2025
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