Esteri

Hormuz, la grande scacchiera: cosa succede ora (e le navi non passano)

Quali possono essere i fattori che condizionano la tregua Usa-Iran e un eventuale nuovo attacco in forze contro Teheran

petrolifere golfo hormuz Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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“La realtà è un concetto superato.” Lo affermava Oscar Wilde ma forse nemmeno il suo cinismo congenito lo avrebbe spinto a immaginare quanto sta accadendo nel Golfo Persico. Meno di 48 ore fa si ipotizzava un consolidamento del cessate il fuoco e la ripresa dei negoziati. Ora la spada di Damocle di un futuro del tutto incerto torna a incombere sullo Stretto di Hormuz facendo emergere ancora nuovi interrogativi sulle motivazioni reali che si celano dietro al comportamento degli Stati Uniti e all’incertezza o forse i contrasti all’interno del fronte iraniano.

Òggi, dopo l’attacco dei Pasdaran, o Guardiani della Rivoluzione, a tre navi, una delle quali, una gasiera a rischio affondamento, nonché uno stormo di droni che ha bersagliato infrastrutture in Kuwait e Bahrein i transiti attraverso Hormuz risultano del tutto bloccati. Come sottolineato dal Presidente di Assarmatori, Stefano Messina, qualsiasi armatore serio non metterebbe a rischio il suo equipaggio e la sua nave in un momento di tensione così alta.

Ma cosa si celi dietro ai nuovi attacchi iraniani e alla replica americana, per ora le illazioni prevalgono sulla realtà. Da un lato, in Iran, il fronte che appoggia il governo di Teheran sarebbe oggi tutt’altro che compatto, con gli Ayatollah favorevoli a una prosecuzione delle trattative e una frangia dei Guardiani della Rivoluzione intenzionati a proseguire lo scontro con il Grande Satana, ovvero gli Stati Uniti.

Ancora più complesse da decrittografare le mosse del governo americano e del presidente Trump. Secondo molti esisterebbe ai vertici dell’Intelligence Usa una precisa volontà di mantenere la situazione in uno stato di instabilità sino alla conclusione del Campionato mondiale di calcio, giunto ai quarti di finale, per evitare che un eventuale attacco in forze all’Iran provochi una reazione di cellule dormienti del terrorismo islamico in territorio americano

Per altro gli elogi sperticati di Trump alla Turchia e al suo ruolo nella Nato, sommati alla decisione di sbloccare la maxi fornitura di caccia da combattimento per l’aviazione di Erdogan, sembrerebbero nascondere la volontà di tenere fuori a ogni costo dal conflitto la più importante potenza militare dell’area, per appunto quella turca.

E, a fronte delle pesanti critiche formulate da Israele per la fornitura dei jet, è tornata a circolare in queste ore la notizia, mai totalmente smentita, di un farmaco di emergenza fornito da Israele  ad Ankara, consentendo al presidente Erdogan di superare una gravissima crisi di salute.

In queste ore l’Arabia Saudita avrebbe anche ridimensionato la sua fiducia negli Accordi di Abramo, prendendo in considerazione l’ipotesi di escludere il porto israeliano di Haifa quale possibile terminal mediterraneo del land bridge ferroviario ideato anche per evitare Hormuz.

Formulare previsioni in un quadro di riferimento di questo tipo risulta a dir poco azzardato e ogni scelta anche e specialmente relativa al transito di Hormuz dovrà essere adottata a vista.

L’emittente televisiva di Stato iraniana ha riferito che Teheran risponderà a qualsiasi ulteriore attacco statunitense chiudendo completamente lo Stretto di Hormuz. Le forze armate iraniane hanno inoltre dichiarato che considereranno un obiettivo legittimo qualsiasi Stato che sostenga l’azione militare degli Stati Uniti.

Il Joint Maritime Information Centre ha innalzato all’inizio della settimana il livello di minaccia per lo Stretto di Hormuz a “grave”.

I dati di tracciamento delle navi in questi giorni hanno mostrato che i movimenti attraverso lo stretto erano limitati quasi esclusivamente al corridoio settentrionale approvato dall’Iran, mentre la rotta meridionale sostenuta dagli Stati Uniti e gestita dall’Oman risultava praticamente deserta. E sono in molti a pensare che i passaggi di successo siano frutto di contrattazioni ufficiose fra le compagnie proprietarie e i Guardiani della rivoluzione. Per Hormuz in attesa del pedaggio che l’Iran vorrebbe instaurare si profilerebbe il vecchio e mai invecchiato riscatto.

Secondo le ultime rilevazioni sarebbero quasi 6.000 i marittimi bloccati a bordo di navi impossibilitate a lasciare il Golfo in condizioni di sicurezza.

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