
Si riapre uno dei nodi più delicati degli equilibri globali. Lo Stretto di Hormuz torna al centro della scena internazionale dopo ore convulse e dichiarazioni incrociate che raccontano un allentamento della tensione, ma anche molte cautele. A dare il segnale più netto è Donald Trump, che sui social rivendica un risultato di portata globale: «L’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non sarà più usato come arma contro il mondo!». Un annuncio accompagnato da toni trionfali – «una giornata grande e brillante per il mondo» – e da una lunga serie di ringraziamenti rivolti ai partner regionali, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti fino al Qatar e al Pakistan.
Nel racconto del presidente americano, Teheran avrebbe già iniziato a smantellare i dispositivi più pericolosi per la navigazione: «L’Iran, con l’aiuto degli Stati Uniti, ha rimosso, o sta rimuovendo, tutte le mine marine!». Parole che, se confermate, segnerebbero un passaggio cruciale verso il ripristino della sicurezza marittima in uno dei punti più strategici per il commercio energetico mondiale. Teheran ha confermato, con un post del suo ministero degli esteri, che lo stretto è ora “completamente aperto” per le navi civili commerciali (non per quelle militari) e che lo sarà fino alla fine del cessate il fuoco disposto da Stati Uniti, Iran, Libano e Israele.
Ma sul fronte europeo il clima resta più prudente. Il presidente francese Emmanuel Macron riconosce che l’annuncio «va nella giusta direzione», ma sottolinea come la riapertura sia ancora condizionata da una gestione coordinata da parte delle autorità iraniane e da un blocco navale che Washington intenderebbe mantenere sulle navi di Teheran. Da qui la richiesta netta: «Chiediamo la riapertura completa, immediata e incondizionata dello Stretto», insieme al ritorno al pieno rispetto del diritto del mare e al rifiuto di qualsiasi ipotesi di pedaggi o restrizioni.
In questo quadro si inserisce anche l’iniziativa militare annunciata da Londra e Parigi. Il premier britannico KeirStarmer, dopo la riunione dei Volenterosi a Parigi, ha spiegato che Francia e Regno Unito sono pronti a lanciare una missione «strettamente difensiva» per proteggere la libertà di navigazione, non appena le condizioni lo consentiranno. Una linea condivisa anche da Berlino, con il cancelliere Friedrich Merz che apre alla partecipazione tedesca, ma solo in presenza di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
L’Unione europea, dal canto suo, guarda a un rafforzamento degli strumenti già in campo. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ricorda che la missione navale Aspides è già operativa nel Mar Rosso e potrebbe essere rapidamente potenziata per estendere la protezione alla regione di Hormuz. Il principio, ribadisce, è chiaro: il transito nelle vie marittime internazionali deve restare libero e gratuito, senza precedenti pericolosi come l’introduzione di tariffe di passaggio.
Tra le voci più nette c’è anche quella italiana. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni definisce la libertà di navigazione nello stretto «una questione assolutamente centrale» non solo per l’Italia, ma per l’intera comunità internazionale. «Riaprire Hormuz significa costruire un elemento essenziale per qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale», afferma, collegando direttamente il dossier marittimo agli sviluppi diplomatici più ampi, incluso il cessate il fuoco in Libano.
Meloni insiste su un approccio multilivello: diplomatico, securitario e anche umanitario, ricordando la situazione dei marittimi bloccati nel Golfo e l’impatto della crisi sulle catene di approvvigionamento globali. L’Italia, assicura, è pronta a fare la sua parte, anche con l’eventuale impiego di unità navali, nel rispetto delle procedure costituzionali e in continuità con missioni già note come Aspides e Atalanta. Ma pone una condizione chiara: qualsiasi presenza militare internazionale dovrà essere avviata solo dopo una cessazione delle ostilità e con una postura esclusivamente difensiva.
Intanto, mentre la diplomazia prova a costruire un equilibrio, da Washington arriva anche una stoccata alla Nato. Trump racconta di aver ricevuto un’offerta di supporto dall’Alleanza, respinta con toni sprezzanti: «Ho detto loro di stare lontani… si sono rivelati inutili quando servivano, una tigre di carta». Un passaggio che segnala come, accanto alla gestione della crisi, restino aperte anche tensioni politiche tra alleati.
Il risultato, per ora, è un quadro in movimento. Da un lato l’annuncio di una svolta che potrebbe riportare stabilità a una rotta cruciale per l’energia globale; dall’altro, le richieste europee di garanzie concrete e durature. La riapertura dello Stretto di Hormuz non è solo una questione tecnica: è il banco di prova di un equilibrio fragile, in cui sicurezza, diritto internazionale e interessi geopolitici continuano a intrecciarsi.
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