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I bombardieri B2, le bombe “bunker buster”: così gli Usa hanno colpito Fordow in Iran

Gli ordigni speciali necessari per distruggere in profondità la base nucleare costruita decine di metri sotto la montagna

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Alle 2 della notte tra il 21 e il 22 giugno 2025, gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco aereo contro tre siti nucleari iraniani. Sono stati colpiti gli impianti di Fordow, Natanz e Isfahan con bombe “bunker buster“. Queste armi, progettate per penetrare profondamente nei terreni rocciosi, hanno preso di mira infrastrutture sotterranee protette, considerate fondamentali nel programma nucleare iraniano.

Poche ore dopo, verso le 7 del mattino, l’Iran ha risposto con un attacco missilistico contro Israele. Le esplosioni sono state avvertite a Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa, causando l’attivazione degli allarmi ed evacuazioni verso i rifugi. Alcuni missili hanno superato i sistemi di difesa israeliani, che ha reagito con nuovi attacchi contro obiettivi iraniani.

Le bombe “bunker buster”

Le bombe “bunker buster”, come la GBU-57 Massive Ordnance Penetrator, sono progettate per penetrare nel sottosuolo prima di esplodere. Ogni bomba pesa circa 13.600 chilogrammi ed è trasportabile esclusivamente da bombardieri stealth B-2 Spirit. Durante l’attacco di questa notte, sei B-2 hanno sganciato 10 bombe sul sito di Fordow, mentre altre due hanno colpito Natanz. La formazione è decollata dalla base di Witheman, in Missouri, verso la base di Guam, nel Pacifico. Da lì, la luce verde al raid notturno. La configurazione dei B-2 consente il trasporto di due bombe ciascuno, garantendo precisione negli attacchi contro installazioni sotterranee rafforzate: il velivolo è in grado di viaggiare fino a 18.500 chilometri con rifornimento in volo (qui sotto potete vedere come viene realizzato). Il caccia non solo può trasportare due GBU-57, ma è anche progettato per eludere i radar, rendendolo ideale per missioni di questo tipo. Con un carico utile massimo di 18.000 chilogrammi, il B-2 rappresenta una risorsa unica nell’arsenale statunitense.

Per perforare il “monte sacro” che nascondeva i progetti nucleari iraniani, come detto gli Usa hanno utilizzato la bomba GBU-57A/B: un ordigno da 14 tonnellate circa in grado di penetrare anche 60 metri di cemento e 100 di roccia. La GBU perfora il terreno e poi esplode in un secondo momento in modo da distruggere quanto si trova all’interno del target. Per la precisione, gli Usa ne hanno sganciate 10 sul sito di Fordow e due su Natanz. Poi altri 30 missili cruise, lanciati dalla Us Navy, hanno centrato l’altro centro nucleare, quello di Isfahan. Fondamentale è stato il coordinamento con Israele: Tel Aviv aveva infatti già conquistato la supremazia sui cieli iraniani e questo ha permesso all’America di ridurre l’impiego di altri caccia nello scontro con Teheran. Anche lo scudo anti-aereo iraniano era già stato debilitato dai precisi attacchi dell’aviazione di Netanyahu.

Fordow: il fulcro dell’attacco

Fordow è considerato uno dei siti nucleari più protetti al mondo. Costruito all’interno di una montagna e situato a circa 95 km da Teheran, il sito è circondato da sistemi di difesa aerea iraniani e russi. La sua struttura e la posizione lo rendono un obiettivo particolarmente difficile. Situato su una montagna vicino alla città di Qom, a circa 95 chilometri da Teheran, è una sorta di fortezza nel sottosuolo: è stato costruito tra il 2006 e il 2007, ma la sua esistenza è stata riconosciuta ufficialmente dall’Iran solo nel 2009. Scavato a una profondità compresa tra 80 e 90 metri, Fordow ospita oltre 2.000 centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Il sito è stato costruito per resistere sia ad attacchi convenzionali che a eventi sismici, grazie all’impiego di calcestruzzo ad alta resistenza. Il complesso è protetto da un solo accesso principale, checkpoint e sistemi di difesa avanzati, tra cui missili terra-aria.

Fordow è considerato centrale nel programma nucleare iraniano per la capacità di arricchire uranio a livelli elevati. Nel 2023, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) aveva rilevato particelle di uranio arricchite all’83,7%, un valore vicino al 90% necessario per la produzione di armi nucleari. Dopo l’attacco israeliano al reattore iracheno di Osirak nel 1981, l’Iran ha adottato una politica di protezione in profondità per i suoi siti strategici. Fordow è il simbolo di questa strategia: un luogo segreto, progettato non solo per la resistenza fisica, ma anche come deterrente contro attacchi esterni.

La domanda ora resta una sola: cosa rimane del sito di Fordow? L’attacco americano ha sortito l’effetto sperato? L’AIEA ha affermato di non aver rilevato aumenti di radioattività nei pressi dei siti bombardati, indicando che non vi sarebbero state perdite dalle riserve di uranio immagazzinate. Secondo alcune fonti iraniane citate dall’agenzia di stampa Mher “contrariamente a quanto affermato” dal presidente Usa, il sito nucleare di Fordow “non ha subito gravi danni”. “Non si è verificata alcuna emissione di materiale pericoloso dal sito nucleare dopo l’attacco, poiché il materiale a rischio era stato evacuato dal sito”, ha detto Mohammad Manan Raisi, deputato del Parlamento iraniano di Qom. Inoltre, secondo un’altra fonte iraniana citata dalla Reuters, la maggior parte dell’uranio altamente arricchito presente nel sito era stato trasferito in una località segreta prima dell’attacco.

Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato però che le “strutture per l’arricchimento sono state completamente annientate”. Solo il tempo ci permetterà di capire gli effettivi danni provocati dai bombardamenti americani sui siti iraniani.

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