I giudici si pronunciano di nuovo a favore di Mohamed Shahin, l’imam della moschea di via Saluzzo a Torino. La Corte di appello di Caltanissetta, infatti, ha confermato il “no” all’allontanamento immediato a seguito del provvedimento di espulsione firmato dal ministro Matteo Piantedosi. I giudici hanno respinto il ricorso dell’Avvocatura dello Stato contro il precedente “no” ricevuto sempre dal Tribunale. Secondo quanto riporta l’Ansa, secondo i magistrati di Appello, Shahin deve essere considerato un “richiedente asilo” e dunque non può essere rimpatriato finché la sua posizione non viene definita.
Ma chi è Shahin? Facciamo un passo indietro. Nelle scorse settimane il ministro dell’Interno ha firmato un provvedimento di espulsione nei suoi confronti a seguito di alcune dichiarazioni pubbliche di Shahin sull’attacco di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023. Shahin aveva definito quell’attacco una legittima “reazione” e “non una violenza”. “Sono d’accordo con quello che è successo il 7 ottobre 2023 in Israele – diceva – Non è una violenza, non è una violazione”. Insomma: era legittimo, per Hamas e i suoi sodali, penetrare in Israele, stuprare le israeliane, uccidere bambini e maciullarne i corpi. Non solo: secondo il Viminale, l’uomo aveva avuto degli incontri con due persone ritenute pericolose per i loro presunti legami con il terrorismo. Il 24 novembre 2025, l’imam è stato trattenuto in un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) a Caltanissetta. La sua detenzione è durata fino al 15 dicembre. In quella data, la Corte d’appello di Torino ha ordinato il suo rilascio. I giudici hanno accolto un ricorso presentato dai suoi avvocati. Hanno stabilito la “cessazione del trattenimento”. All’imam è stato consegnato un permesso di soggiorno provvisorio dalla Questura di Caltanissetta.
La Corte d’appello di Torino ha spiegato così le ragioni della sua decisione. I giudici esaminando i “nuovi elementi emersi” hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità”. Hanno sottolineato che Shahin vive in Italia da vent’anni ed è “completamente incensurato”. Tra i nuovi elementi c’era anche l’archiviazione, da parte della Procura di Torino, di una denuncia per le frasi pronunciate a ottobre. La Procura aveva valutato quelle frasi come “espressione del pensiero che non integra estremi di reato“. Nell’udienza di convalida del trattenimento, inoltre, Shahin ha affermato di essere “contrario a ogni forma di violenza”.
Parallelamente, il Tribunale di Caltanissetta ha sospeso il diniego della domanda di protezione internazionale presentata da Shahin. La domanda di asilo politico era stata respinta in precedenza dalla commissione territoriale di Siracusa. Con questa sospensione, l’espulsione dell’imam non è più esecutiva. In pratica, Shahin non può essere accompagnato alla frontiera. Può rimanere in Italia in attesa che si concluda l’iter sulla sua domanda di asilo. L’avvocatura dello Stato aveva ricorso contro questa decisione, ma oggi la Corte di appello di Caltanissetta ha confermato il “no” all’allontanamento immediato perché considera Shahin un “richiedente asilo”. Questo status gli impedisce il rimpatrio in attesa della definizione della sua posizione.
Va detto che la domanda di protezione internazionale è stata presentata, guarda caso, proprio una volta ricevuto il decreto di espulsione. A sua difesa si erano schierate diverse associazioni, tra cui Amnesty International. E i movimenti Pro Pal si sono mobilitati in tutta Italia, soprattutto a Torino, con manifestazioni che hanno portato all’assalto alla Stampa.
Il nome di Shahin nell’inchiesta su Hannoun
Il nome di Mohamed Shahin è poi spuntato in un’inchiesta della procura di Genova. L’indagine riguarda presunti finanziamenti all’organizzazione Hamas. L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo, ha portato a nove misure cautelari il 27 dicembre 2025. Sono stati scoperti circa sette milioni di euro di finanziamenti. I soldi sarebbero stati raccolti attraverso associazioni di beneficenza, come l’Associazione Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese (Abspp). Shahin non risulta indagato in questa inchiesta. Il suo nome, però, è citato più volte nelle 300 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare e viene menzionato in diverse conversazioni intercettate.
Le conversazioni intercettate e i contatti
Le carte dell’inchiesta riportano alcune conversazioni telefoniche. In una telefonata del 26 luglio 2025, Yaser Elasaly, uno degli arrestati, parla con Shahin. Elasaly dice: “Tanto El Shobky non sa niente, sa che prendiamo la ‘amana’ (cioè i soldi) e la consegniamo agli sfollati e ai bisognosi”. In un’altra conversazione, del 6 febbraio 2024, un altro arrestato, Dawoud Ra’Ed Hussny, parla con Shahin della “Cupola d’oro”. Discutono dell’apertura di un conto corrente per una nuova associazione. Questa associazione sarebbe servita, secondo chi indaga, a raccogliere fondi da destinare ad Hamas. Negli atti si legge anche che il 14 ottobre 2024 Shahin ed El Shobky avrebbero dovuto ritirare una somma in contanti a Milano. Mahmoud El Shobky, 56enne di Torino, è un indagato nell’inchiesta: è considerato il referente per la raccolta del denaro in Piemonte e altre regioni. Negli atti non emergono contatti diretti tra Shahin e il principale accusato, Mohammed Hannoun, presidente dell’associazione Palestinesi in Italia.
La politica si è divisa sul caso. Augusta Montaruli, vice capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha criticato la decisione della Corte. Ha dichiarato: “L’imam Shahin deve essere espulso e per questo presenterò un esposto in procura”. Montaruli ha aggiunto che le intercettazioni “gettano ombre inquietanti che rafforzano le motivazioni dell’espulsione”. Anche esponenti della Lega si sono espressi. Hanno definito “inquietante” trovare il nome di Shahin nelle carte dell’inchiesta. Hanno chiesto una presa di distanza chiara da parte delle istituzioni locali.
Il procedimento al Tar e gli sviluppi futuri
Mohamed Shahin ha fatto ricorso al Tar del Lazio contro il decreto di espulsione di Piantedosi. L’udienza si è tenuta il 22 dicembre 2025. Al momento, non è stata ancora resa nota la decisione del giudice amministrativo. Questo è un altro tassello della vicenda in attesa di definizione. L’imam, di origine egiziana, è tornato a Torino dopo il rilascio dal Cpr. La sua posizione rimane in bilico tra le sentenze dei tribunali, la richiesta di asilo e le nuove ombre gettate dall’inchiesta di Genova. Il giudice Ludovico Morello, nell’ordinanza di riesame, aveva scritto che la legittimità del trattenimento poteva essere messa in discussione se fossero emerse nuove informazioni. Ora quelle informazioni, dalle intercettazioni, forse sono emerse. Potrebbero influenzare i prossimi passi della magistratura e del ministero dell’Interno.
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