A riprova di quanto ho scritto nell’articolo riguardo all’ipocrisia di Barbero sul comunismo, nelle ultime ore si assiste ad una rivolta violenta di migliaia di giovani nepalesi contro il Partito Comunista del Nepal, che dal 2008, anno dell’abolizione della monarchia indù, governa il Paese con una corruzione dilagante, forti disuguaglianze e la ricchezza concentrata nelle mani delle élite, oltre a una grande disoccupazione ed emigrazione giovanile.
Sono stati incendiati i palazzi governativi, il Parlamento, la Corte Suprema, i tribunali. Il governo di ispirazione marxista-leninista di KP Sharma Oli è stato rovesciato in poche ore. La rivolta ha assunto il nome di “proteste della generazione Z”. La causa scatenante di questa rivolta è stata infatti la censura governativa entrata in atto il 4 settembre nei confronti di 26 piattaforme social, comprendenti Facebook, Whatsapp, YouTube ed X, alle quali il Partito Comunista del Nepal voleva imporre di registrarsi presso il ministero delle Telecomunicazioni al fine di favorire la supervisione statale. A ciò si aggiungono le cause profonde di questa rivolta, ovvero una povertà crescente in un Paese pieno di contraddizioni, in cui i partiti di ispirazione marxista leninista, strettamente dipendenti da Pechino, sono tesi a limitare la libertà e le aspirazioni lavorative ed economiche delle persone, che infatti emigrano.
Fatte queste doverose premesse di cronaca dei fatti e degli antefatti della rivoluzione in atto in Nepal, vi sono dei notevoli spunti di riflessione. In primis, è interessante constatare come i giovani nepalesi, a differenza di quelli occidentali, siano una generazione politicamente viva. È poi singolare notare come i social siano diventati davvero il “pane” e la “voce” del popolo, uno strumento in cui le persone riconoscono la propria identità, libertà ed emancipazione. Attenzione più ampia merita il fatto che assistiamo all’ultimo di innumerevoli casi in cui il comunismo, attuato in Nepal attraverso una precaria democrazia di stampo oligarchico, ha fallito.
A seguito dell’unione tra il Partito Comunista del Nepal di ispirazione maoista di Dahal e quello marxista-leninista di Sharma Oli, avvenuta nel 2018, in un documento in sette punti il partito si impegnava a “creare le basi per una società socialista attraverso una trasformazione sociale ed economica ed il rafforzamento degli interessi nazionali, della democrazia e della giustizia sociale, salvaguardando le conquiste ottenute fino ad ora”. A dire il vero, i partiti comunisti nepalesi sono stati determinanti nell’abbattimento della monarchia indù nel 2007-2008. Una volta arrivati al governo, però, questi stessi partiti comunisti si sono rivelati limitati dalla propria ideologia, tesa ad una diffusa povertà, al mantenimento del potere e della ricchezza nella mani di pochi, alla censura, alla propaganda e all’aumento delle disuguaglianze.
Siamo dunque sicuri che l’ideologia comunista sia quel baluardo di progressismo, uguaglianza, democrazia e diritti sociali, come molti intellettuali italiani vogliono ancora far credere? Ciò che avviene in Nepal è una vera e propria reazione al comunismo. È la prova che l’ideologia comunista, anche quando come in questo caso non si manifesti attraverso una dittatura, ma in forma “democratica, è fallimentare.
Flavio Maria Coticoni, 14 settembre 2025
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