I nuovi fascisti? Gli anti-lockdown

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I progressisti hanno un nuovo nemico da demonizzare: gli ostili al lockdown. Dopo essere stati a lungo minimizzatori e negatori del virus (ricordate gli apericena di Zingaretti, Sala e Gori?) quelli italiani sono ora i più arcigni difensori della ripresa il più tardi possibile e delle multe e delle manette a tutti, riscoprendo la loro mai sopita vocazione giustizialista. Un virus che ovviamente condividono con i progressisti statunitensi.

Da quando, negli Stati Uniti, si stanno svolgendo manifestazioni contro il lockdown – preferiamo usare questo termine, preso dal linguaggio carcerario, che lasettico «contenimento» – e soprattutto da quando sono appoggiate da Trump, dalla stampa di sinistra mondiale è partita una campagna di odio.

Irresponsabili, egoisti, untori, fuori di testa, criminali, si è letto di tutto, dal giornale unico italiano del virus  a Le Monde, dal Guardian al Washington post. Fino al New York times che scopre, e non poteva essere altrimenti, che sono pure… fascisti, Anzi, nazisti, visto che, come scrive Charlie Warzel il 20 aprile sul quotidiano della Vecchia Mela, gli anti lockdown sarebbero manipolati dalla alt right, dai libertarians e dai nazisti  – dove scopriamo solo ora che i seguaci di Hitler si definiscono «libertari».

Noi, che non ci definiamo né libertari e neppure liberali, e che oggi non parteciperemmo neppure a quelle manifestazioni (ma domani forse sì), troviamo tuttavia questa propaganda progressista, al solito, ripugnante ed ipocrita. Anche perché ci  ricorda tanto il basket of deplorables di clintoniano conio.

Chi sono infatti coloro che partecipano alle manifestazioni contro il lockdown? Sono operai e, in genere, i lavoratori manuali. Quelli che hanno perso il lavoro e quindi il salario perché lo Stato (non quello federale) gli ha imposto di chiudere. E a scriverlo, a comprendere le loro ragioni, se non a prendere le loro parti, è un quotidiano pro Sanders? No, affatto, è il conservatore Wall street journal del 21 aprile che appunto  avvisa: attenzione, è la classe operaia americana.

Ancora una volta, i giornali e gli esponenti della sinistra, al di qua e al di là dellAtlantico, quando si tratta di scegliere se schierarsi con i privilegiati, i rentiers che possono sopportare anche mesi di #restiamoacasa e i vip che stanno tanto bene (nella loro villa in Maremma o al mare), oppure se prendere le parti degli operai e dei lavoratori manuali, non hanno dubbi: stanno con i primi, con i Gassman, con i Bolle, con le Moniche Bellucci.

In America come in Italia, i sostenitori della chiusura ad oltranza delle imprese e delle fabbriche, possiedono anche la medesima vocazione come dire vagamente madurista: quindi, dagli agli imprenditori che, egoisti, metterebbero il profitto di fronte alla salute, come scrive ad esempio Saviano.

Peccato che gli imprenditori a rischio di fallimento e quindi obbligati a gettare sul lastrico i dipendenti, non siano quelli decotti e sovvenzionati, che tanto amano (riamati) la sinistra, ma siano i produttori veri, quelli che, costretti  chiudere, stanno morendo, e ancor più di loro i commercianti.

Contro la coalizione dei maduristi alla cinese, i cui ideologi sono i virologi di regime e di tv, servirebbe quindi una bella alleanza dei produttori: imprenditori veri, operai, commercianti. C’è qualche forza politica che voglia fare sentire la loro voce?

Marco Gervasoni, 21 aprile 2020

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