
Tra le cose che un uomo non dovrebbe morire senza conoscere, ovvero per cui vale la pena vivere, l’opera omnia di Simenon, in essa la saga del commissario Maigret, in essa la serie degli sceneggiati con Gino Cervi e Andreina Pagnani affiancati da signori che si chiamavano Sergio Tofano, Giuseppe Pambieri, Umberto Orsini e via via il meglio del teatro almeno del dopoguerra, plasmato da quel Maestro irripetibile che fu Orazio Costa, uno troppo serio per i comunisti e anche per il Vaticano e dunque fatto fuori, non prima d’aver letteralmente plasmato quel gran genio di Andrea Camilleri, che di quella serie fu il demiurgo.
Ora, a rivedere amabilmente quelle puntate, la prima considerazione che s’inchioda al sentimento è anche la più scontata: non verranno più attori così, una televisione così eccetera. Ma è, appunto, il pensiero più automatico: se si va un po’ più in profondità, ci si accorge, tra le altre, di una magia fondamentale: tra un episodio di metà anni Sessanta e uno dei primissimi Settanta c’è un abisso storico e non tanto per la micidiale tintura di Cervi: si colgono prodigiosamente tutte le sfumature di un’epoca e quella della ricostruzione democratica e consumistica fu davvero un’epoca fatta di epoche: basterebbe controllare la storicità dei modelli di automobile, mutamenti vertiginosi nello spazio ristretto di un lustro. Inzuppate in quel bianco e nero, tra le brume e le ombre del racconto, t’investono folate di atmosfere ingenue e feroci, tenere nostalgiche malfamate: com’erano gli zanza, oggi sostituiti dai maranza, come agivano i delinquenti di strada, i lenoni, gli impotenti, che Maigret chiamava “inibiti”, le puttane, esageratamente bamboleggianti e sempre in fondo brave ragazze un po’ ingannate dalla vita.
Una magia che la televisione di oggi ha perduto completamente e sarà pur vero che la tivù è specchio del tempo, ma allora stiamo parlando di un tempo senza tempo, senza suggestioni, un tempo che smentisce Eraclito, galleggia sull’acqua come olio in un eterno presente senza niente. Le zoccole di oggi sono sideralmente lontane da quelle di Maigret ma non diverse da quelle di venti, trenta anni fa, al netto di una montante volgarità da onlfyfans; e i programmi, i pacchi, le rassegne canterine e festaiole sono tutte la stessa liturgia atemporale, luci azzurre, perbenismo sciatto, quella caciara patinata da strapaese. L’anno che verrà si perpetua circolare, indistinguibile da un anno all’altro e da un Sanremo all’altro di cui costituisce il prolungamento, il Festival comincia proprio la sera dell’Ultimo dell’anno e va avanti fino a fine febbraio, in realtà fino al prossimo Anno che verrà, sì che ricomincia la giostra degli stessi cavalli e gli stessi carretti.
Passano i conduttori di regime, gli Amadeus e gli Liorni, gli Amadeus e i Conti, passano, a volte ritornano, sempre prima o dopo ritornano, e non cambia niente, non si sposta di un millimetro la moda dei capodanni da agenzia turistica in piazza, preferibilmente il sud e in esso la Calabria dove le dirigenze Rai dei partiti sembrano più forti, girano gli stessi cantanti, dai secolari Ricchi e Poveri ai bellimbusti d’oggi con faccia da maranza che poi sono il canto dei muezzin, masterizzato ma muezzin. Non ha senso distinguere in TeleGiorgia o TeleLella, se mai il contrario, sono le Meloni e le Schlein in funzione del regime televisivo che ne accoglie i protegée senza espellere i precedenti, “chi entra in Rai non esce più” dissero proprio al giovane Camilleri ed era vero, la Rai è un ufficio di collocamento, un bene rifugio, una sinecura.
E tu lo vedi quest’altro Anno che verrà ma che non è mai andato via e potresti sovrapporlo ad uno qualsiasi degli ultimi venti, trenta, quaranta che tanto nessuno se ne accorge e lo distingue dai pacchi di un’ora prima. Disarmante al punto che non riusciamo neppure più a percularlo, a criticarlo. Stando così le cose, il cronista non tanto cerimonioso che dovrebbe fare, scrivere? Noi risposte non ne abbiamo, non sapremmo come svecchiare qualcosa che è oltre il tempo, che rifiuta il tempo mentre lo divora e ne viene fagocitato; sembrerebbe una missione impossibile e in fondo inutile, patetica, squadra che vince non si tocca dicono tutti i comandamenti dello spettacolo sportivo e televisivo e la squadra qui vince per forza, è l’unica a giocare ed è identica in tutte le televisioni che si scimmiottano, che di inventivo non hanno niente fin dai tempi in cui Berlusconi s’inventava la Premiatissima che era un ricalco appena più rutilante della vecchia Canzonissima (lo so, ne feci parte come claque nel 1983, preistoria ma si capiva che avrebbe marcato l’eternità).
Scorrono i maranza e le statue di porcellana, fra sette settimane tutti a Sanremo e anche lì la stessa trasgressione falsa, consentita, come diceva Conte mentre chiudeva tutto, nel segno di un perbenismo regimesco che vede trascorrere i suoi volti tranne Orietta Berti e Cristiano Malgioglio da Ramacca “con le labbra all’amarena”. Lui non è inibito, si considera “una ragazza” come e più di Orietta della quale è coetaneo, ma dove la trovano questi la forza di sgonnellare a notte fonda su un lungomare sottozero? La Rettore che ci riporta il suo post punk trevigiano dei nostri 15 anni facendoci sentire creature di Stephen King, “dammi una lametta che mi taglio le balle”. I Cugini di Campagna invece sembrano loro It, roba hard boiled, ma “su le mani, tuttiii!” e non è un invito, è un comando, la televisione non transige, tipo “non si invochi la libertà per non”. Mai come in questa atroce notte mi manca mia madre con la sua cattiveria, “se dovessero morire tutti quelli che dico io, resterei praticamente sola”. Praticamente. Poi a 82 anni le venne un ictus e oggi fosse viva non sfigurerebbe all’Anno che verrà. Che senso abbia restare qui, restare vivo a dispetto di tutto, te lo chiedi mentre guardi la gioia siliconata di quelli di Catanzaro mentre gli danno Patty Pravo cartonata, ma insomma c’è qualcuno post era Maigret stasera? Sì, qualche voce bianca più Farinelli che Zecchino d’Oro e Liorni non si sa se paterno o mannaro gli dice “ma quanto sei fresco”. Poi uno tinto sui 62 anni che copia Peppino di Capri ma quelli sotto se li inquadrano fanno il segno della vittoria. Arrivano Ivan Cattaneo, che lo vedevo a Premiatissima e rifà gli anni ’60 esattamente come allora, Anna Oxa, Massimo Ranieri, “il mio futuro sta tutto nel mio passato”, come canta Keith Richards, 82 anni e sentirli e come.
E va beh, c’è tanta allegria o meglio, per restare con Lucio Dalla, quale allegria se tra Carosone e disco music viene da ammazzarsi, se il conduttore spericolato urla “quest’anno dal punto di vista dell’amore è stato un grande anno” ma non si capisce in che senso né con quante enne, che con questi chiari di luna pare un po’ minaccioso. Tanto più che affidano a Malgioglio la frociata di mezzanotte, una roba oltre le colonne d’Ercole del gendertrash. Ma perché poi bisogna trasformare pure Capodanno in un gaypride? Perché è la nuova religione unica dell’occidente che si dibatte mentre già viene ghermito dall’Islam che saprà come cancellare certe libertà, certi lezzi e vezzi e vizi. E mentre ci prepariamo, mentre Malgioglio lascia posto a un maranza con treccine d’argento, tutto deve essere trash: l’informazione scaduta in comunicazione degradata in gossip degenerato in spazzatura. E così sia ma no, noi davvero non sapremmo che dire di questi capodanni senza speranza, di questa televisione senza speranza che va bene a tutti perché è l’unica possibile, costa niente e rende il giusto, la fatica la fanno le piazze, le amministrazioni locali tutte felici di sbattersi per fare da quinta, la fa la gente imbacuccata che ride, ride mentre le piglia un colpo dal freddo e ci fa pure la V di vittoria, ah, che non è più neanche tempo di invettive vendittiane, “con quegli scemi che ti guardano e che continuano a giocare”: gli scemi siamo noi, spettatori, cronisti senza parole, senza risposte e a questo punto senza più domande. Compare Gazebo con cui scherzavo nelle pause di quella maledetta Premiatissima ’83 e nella sua stanca vecchiezza specchio la mia.
Max Del Papa, 1° gennaio 2025
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