C’è una coincidenza onomastica quasi comica: “Otto e mezzo” si attesta da tempo su una media di share curiosamente prossima all’8,5%. Ieri sera, con l’ospite giusto, puntava a sfondare il 10. I dati Auditel non sono ancora usciti, ma la scommessa è con ogni probabilità vinta: quaranta minuti di prima serata, per la prima volta, tutti per un solo uomo, Roberto Vannacci.
L’impianto era trasparente: imbastire il processo al babau di turno, conciarlo per le feste, restituirlo al pubblico ammaccato. Lilli Gruber arrivava con la sentenza già scritta: del leader di Futuro Nazionale aveva detto, altrove, che è “un reazionario pericoloso”. Postura legittima. Ma il giornalismo, quando è tale, comincia dove finisce il pregiudizio.
E qui si è consumato il rituale. La conduttrice ha praticato l’esercizio prediletto: contestare le risposte senza ascoltarle, confezionare domande che non interrogano ma deliberano, già gravide della conclusione che pretendono di estorcere. Un’abduzione rovesciata: non dal fatto alla spiegazione, ma dalla condanna alla conferma. Il tutto corroborato dalla sua nota empatia latitante.
Il risultato, però, è tralignato dal copione. Tetragono sotto la raffica di interruzioni, Vannacci è rimasto nel merito, con logica lineare e perspicua, senza mai rifugiarsi nel corner in cui lo si voleva spingere. Più le domande si facevano paradossali, più l’ospite incassava il bonus di chi regge la pressione senza trascendere. Le repliche stizzite, “strumentalizza”, “vaniloquio”, hanno fotografato non la fragilità del bersaglio, ma l’insofferenza di chi non riusciva a inchiodarlo.
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Il paradosso è cogente: chi voleva celebrare un’esecuzione mediatica ha finito per offrire al condannato la più efficace delle sparring partner. Ogni interruzione un assist, ogni domanda-sentenza un’occasione per smarcarsi. A settantadue ore dall’assemblea costituente del suo partito, Vannacci non poteva sperare in vetrina migliore: non un salotto compiacente, ma un’arena ostile attraversata indenne. Così si conquista la seconda investitura, quella del sistema che ti riconosce avversario degno.
Se l’obiettivo era guadagnare due punti di share, missione compiuta. Se l’effetto collaterale è stato regalarne altri ai sondaggi di Futuro Nazionale, già vicino al 5%, il conto della serata lo paga intero chi credeva di presentarlo. Il giornalismo militante coltiva un vizio antico: scambia l’albagia per rigore, l’interruzione per incalzare, la requisitoria per intervista. E ogni volta fabbrica il martire che dichiarava di voler smontare. Gruber si conferma più utile ai suoi bersagli che ai suoi spettatori.
Giulio Galetti, 12 giugno 2026
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