C’è uno studente morto ammazzato a coltellate a scuola. E la discussione pubblica, manco a dirlo, non ruota attorno a come evitare che entri un’arma in un istituto scolastico, ma sul fatto che due metal detector sarebbero “repressione”. Repressione di cosa, esattamente? Del diritto costituzionale a portare un coltello nello zaino?
La cronaca è ormai nota. Siamo alla Spezia, all’Einaudi-Chiodo. Uno studente di 18 anni è stato ucciso da un coetaneo. Il governo reagisce in fretta, prefettura e comitato per l’ordine pubblico decidono di usare metal detector portatili all’ingresso della scuola. Una misura che può essere anche definita simbolica – i suoi effetti li valuteremo – ma comprensibile dopo un fatto di sangue che più grave non si può. Eppure tra i docenti monta il dissenso. Anonimo, ovviamente. Perché parlare sì, ma senza metterci la faccia.
Il metal detector “non servirà a nulla”, dicono. È “fuori luogo”. È una scelta “politica”. Lo riporta il Corriere. La vera domanda, però, è un’altra: dov’erano queste raffinate sensibilità educative prima? Perché dopo ogni tragedia scopriamo sempre che qualcosa non ha funzionato. Segnali ignorati, allarmi sottovalutati, relazioni archiviate come “disagio giovanile”. Tutto diventa comprensibile, spiegabile, quasi inevitabile. Mai prevenibile. Mai responsabilità di qualcuno. E qui arriviamo al punto. Gli stessi ambienti scolastici che oggi gridano alla repressione sono spesso gli stessi che, ieri, predicavano che punire è sbagliato, che segnalare è stigmatizzante, che intervenire è autoritario. Ascolto, dialogo, inclusione: parole bellissime, per carità. Ma quando diventano l’alibi per non decidere, il conto lo paga qualcun altro.
Vi ricordate Abbiategrasso? Lì un ragazzo ha cercato di ammazzare una professoressa a coltellate. Anche lì, dopo, interviste, analisi, psichiatri, sociologi. E anche lì, prima, la solita carrellata: lo zenit? Sì “all’ascolto”, no alle “punizioni”. E infatti si è visto come è andata a finire. Attenzione: nessuno nega il disagio psicologico degli adolescenti. Nessuno nega che la pandemia abbia lasciato macerie. Nessuno nega che la scuola abbia perso autorevolezza. Lo dicono gli psichiatri, lo dice il ministro, lo dice chiunque abbia occhi per guardare la realtà. Ma proprio perché il disagio esiste, qual è la brillante idea? Togliere anche l’ultimo argine?
Perché il metal detector non è una punizione. Non è una condanna morale. Non è la criminalizzazione degli studenti. È un banalissimo strumento di prevenzione. Come le cinture di sicurezza: non servono perché tutti guidano ubriachi, ma perché basta uno solo per fare una strage. Poi ribadiamo: magari non serviranno a niente, possibile. Anzi, spesso le misure simboliche le abbiamo sempre stroncate. Il punto è un altro. Per i soliti ormai tutto è “repressione”. Il voto è repressione. La bocciatura è repressione. La sospensione è repressione. Adesso anche impedire l’ingresso con un coltello è repressione. A forza di non voler reprimere nulla, abbiamo smesso di proteggere chiunque.
Il paradosso finale è questo: si difende l’astratto, si sacrifica il concreto. Si tutela l’idea di una scuola perfetta, inclusiva, disarmata — letteralmente — e si dimentica che dentro quelle aule ci sono ragazzi veri, professori veri, persone vere che vogliono semplicemente tornare a casa vivi. Due metal detector non risolveranno tutto. Vero. Ma rifiutarli in nome di un’ideologia educativa che ha già fallito più volte è irresponsabile. E poi basta ipocrisie: se dopo un morto ammazzato l’urgenza diventa difendere la sensibilità di chi non vuole controlli, allora il problema non sono i metal detector. Il problema è che abbiamo completamente perso il senso delle priorità.
Franco Lodige, 29 gennaio 2026
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