Il diritto del bimbo, quello che la sinistra pro aborto dimentica

Da Signorini alla Polonia: la sinistra pro aborto dimentica sempre un dettaglio

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La tattica di azione è ben sperimentata. In questo i progressisti, la sinistra mondiale, è infallibile. Si tratta di fare un passo per volta: non basta vincere una battaglia, che viene sempre definita “di civiltà” (il che allude al fatto che chi non è d’accordo non è laicamente uno che la pensa diversamente ma propriamente un “incivile”). Si tratta piuttosto di procedere da qui sempre oltre, fino ad annichilire l’avversario, cioè chi la pensa diversamente.

Qualcosa del genere sembra stia succedendo con l’aborto, che viene definito sempre più “un diritto” e quindi come tale deve essere accettato a priori da chiunque. Casomai anche dal medico obiettore di coscienza che un domani, non è difficile prevedere, potrebbe non essere nemmeno più tutelato dalla legge. Con il che si va surrettiziamente oltre lo spirito e la lettera della legge 104, che pure fino a qualche anno fa era un feticcio per i progressisti italiani. Quella legge, infatti, che la si condivida o meno, poneva il discorso sui binari del pragmatismo: l’aborto non è o non dovrebbe essere per nessuno una scelta che si fa a cuor leggero, è frutto di una decisione spesso tragica e dolorosa. Bisogna fare del tutto per prevenirlo (con uso più consapevole dei metodi contraccettivi ad esempio: da qui l’istituzione dei consultori familiari), ma una volta deciso dalla donna deve svolgersi nel modo più adeguato alla salvaguardia della sua salute mercé l’intervento delle strutture pubbliche.

Ecco, se proprio la vogliamo mettere sul binario dei diritti, per un liberale l’unico diritto del singolo è quello ad esistere, cioè appunto ad essere libero. E questo diritto, casomai, è in capo al nascituro nel caso dell’aborto. Ad affermarlo fu, alla vigilia del referendum del 1981 (altri tempi: oggi si verrebbe metaforicamente linciati come un Alfonso Signorini qualunque!), non un cattolico oscurantista (chissà perché gli oscurantisti sono sempre i cattolici?) ma il padre nobile dei laici italiani, teorico fra l’altro proprio dei diritti. “Il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere, è lo stesso diritto in nome del quale – diceva Norberto Bobbio in un’intervista al “Corriere della sera” – sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto”. Lo stesso paradigma dell’aborto come diritto viene invocato, in verità, anche a livello europeo per contestare alla Polonia una non aderenza ai principi dell’Unione Europea. Nel caso in questione, la lotta politica fra la maggioranza predominante a Bruxelles e i Paesi di Viesegrad, viene presentata come la salvaguardia di valori fondamentali e inderogabili per uno Stato di diritto. Ma in verità è proprio il proliferare dei diritti, al plurale, e la loro corrispondenza in fondo ai meri capricci del singolo, che mette in discussione l’universalità formale del nostro diritto. Si tratta di una sorta di residuo paretiano, ovvero se preferite di ideologia.

Con questo non si vuol certo dire che quei Paesi da un punto di vista non siano esecrabili per altri versi, ad esempio per il controllo governativo sui media e sull’ordinamento giudiziario. Ma con l’aborto tutto questo non c’entra perché qui siamo sul terreno delle pure scelte di coscienza. Ripeto: nessuno può esimersi da una scelta così drammatica invocando presunti diritti, ovvero affermando come diritti le proprie idee e i propri capricci, la propria mera e utilitaristica convenienza.

Corrado Ocone, 18 novembre 2021

 

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