Esteri

Il giallo dei neonazi ucraini assassinati

L’omicidio dell’ex presidente del parlamento ucraino non è il solo. Le altre vittime legate all’estrema destra

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Guerra chiama guerra e per ogni guerra contro l’invasore ce n’è un’altra, parallela, che chiamano civile ma non è meno brutale, meno spietata dell’altra, che la contiene. In Ucraina piovono attentati ai leader ultranazionalisti e le modalità ricordano una trama di LeCarrè: il sicario mascherato da fattorino a domicilio che nella dotta, asburgica Leopoli, dove anche un mattino d’estate è livido, raggiunge l’ex presidente del Parlamento ucraino Andrij Parubij, gli spara forse cinque, forse otto colpi, riparte sulla bici elettrica, lasciandosi dietro scie di mistero, di polemiche, di furia.

Giovane ancora, 54 anni la vittima, ma si era dato da fare: da storico trasfonde la passione intellettuale, professorale in un nazionalismo politico esasperato, che lo porta a fondare il partito Social Nazionale, che letto al contrario diventa Nazionalsocialista, ma per lui è difendere la democrazia, come con la rivoluzione arancione in cui maledice brogli, corruttela del regime, ma non gli basta, entra in Parlamento, capeggia l’Euromaidan per la maggiore integrazione europea contro il potere filorusso di Yanukovic, caduto il quale diventa segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale, fonda il Fronte Popolare, nazionalista ancora e sempre, torna in Parlamento, finisce per vicedirigerlo; un duro, un falco e, siccome non se ne va, lo fanno fuori.

Zelensky lo piange, denuncia le fatali ombre russe, avvia una Operazione Siren per far luce, ed è chiaro che sa già come, dove muoversi. Un politico con poche sfumature, anche se finisce per stemperare, per distanziarsi dai radicalismi più fanatici; comunque uno che passa per tutte le vicende e i tumulti della storia patria recente, uno che attraversa fatti, pagine torbide e rischia, nel 2014 si salva da un primo attentato con una granata mentre istruisce i commilitoni davanti all’hotel Kiev: stavolta gli va peggio, ed è fin troppo facile vederci la mano di Putin. Ah, che non ne mancano di “nazi” in Ucraina! E qualcuno si direbbe deciso a far piazza pulita: già, ma da oltreconfine, o è roba interna, magari insufflata?

Sono le guerre nelle guerre dei popoli siamesi, identica durezza, stesso orgoglio “fino all’ultimo uomo”, uguale nazionalismo, i popoli siamesi sono così, si odiano a morte proprio come i fratelli, come solo i fratelli possono odiarsi. In marzo era caduto un altro “nazi”, Demyan Hanul, faccia e storia da macellaio, fra i capi dell’assalto alla Casa dei sindacati di Odessa del 2014. Una carneficina da decine di morti, alcuni arsi vivi. Ma il curriculum infila altri episodi spaventosi, come le aggressioni sanguinarie ai russofoni di Odessa e lo sfascio dei monumenti della Grande Guerra Patriottica. Anche per lui il killer è organizzato, metodico, gli basta un solo colpo alla testa, preciso, in mezzo alla gente di cui non si cura. Esecutori addestrati, e la ridda dei sospetti parte a cadavere caldo, sono stati “loro”, quegli altri, i russi, i fratelli separati, che ci invadono, che non ci rispettano.

Ma un ucraino nativo è meno feroce, meno gelido se uccide? Non è per questo smisurato orgoglio ultranazionalistico che gli ucraini sono ancora lì contro un nemico incomparabilmente più forte? Non diciamo qui che Putin ha ragione a voler riannettere tutto nel solco della vecchia Unione Sovietica, non neghiamo le istanze di un Paese emancipatosi, né le ambiguità e le oscurità del processo autonomista, democratico, restiamo alle considerazioni etniche e storiche per dire che questi due popoli sono in realtà un popolo unico, separato, spezzato da ragioni politiche, da astrazioni in un certo senso. E si potrebbero vedere, trovare analogie in altri popoli scissi, in Palestina come tra indiani e pakistani. Più sono vicini, figli della stessa Storia, più gli dèi si dividono e li dividono.

Prima del macellaio Hanul cade, nel luglio dell’anno scorso, la deputata popolare della Verchovna Rada, Iryna Farion, che passa dall’ultracomunismo del Partito dell’Unione Sovietica all’ultranazionalismo di Svoboda, dell’Unione Pan-Ucraina “Libertà”, le oscillazioni, gli sbandi, gli eccessi a pendolo di chi appartiene a un popolo schizoide, a una storia martoriata e schizoide. Anche lei ostile ai russofoni, anche lei purista dell’idioma ucraino come una koiné esclusiva, rabbiosa, anche lei ammazzata da non si sa chi, forse un Vyacheslav Zinchenko diciottenne estremista di destra più estremista di lei, armato dai soliti mandanti di Putin. E non se ne viene a capo.

Ma una cosa è certa: non finirà tanto presto la guerra fra popoli fratelli come non finirà l’altra, più o meno interna, dentro lo stesso popolo, lo stesso Paese. E forse Le Carré non basterebbe, forse aveva ragione Giancarlo Mazzuca quando scriveva che per capire questa guerra ucraina servirebbe un nuovo Montanelli, per dire uno capace di dire le cose come le vedeva ai tempi dell’invasione russa d’Ungheria, a costo di farsi odiare da tutti, in primis dal suo maestro Longanesi. Ma ne esistono ancora? In un tempo dove non è vero quello che è vero ma quello che si pretende sia vero nell’evidenza della menzogna?

Max Del Papa, 31 agosto 2025

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