Mentre continua il viaggio di Papa Leone XIV in Spagna, rimbalza ancora forte la polemica tra il Papa americano e l’Amministrazione Trump. L’ultimo episodio ha visto il Papa ribattere al vicepresidente JD Vance, che aveva definito il conflitto con l’Iran una «guerra giusta», secondo i canoni dottrinali, tesi subito smentita da Papa Prevost. A questo punto la domanda sorge spontanea: ma il Vaticano, entità di peso mondiale, politicamente, da che parte sta?
Che la Repubblica Islamica dell’Iran sia una nazione imperialista alla ricerca del dominio dell’area, in contrapposizione a Israele, è un dato assodato. Che, per far questo, voglia combattere il Grande Satana, cioè gli Stati Uniti, patria della depravazione, e distruggere il Piccolo Satana, cioè Israele, con ogni mezzo, compreso il ricorso all’arma nucleare, è un fatto accertato, essendo questi obiettivi presenti nella dottrina ufficiale della Repubblica Islamica.
A questi scopi politici si affianca un ulteriore obiettivo di natura religiosa, e cioè l’egemonia degli sciiti sui sunniti, quindi la conquista dei due luoghi sacri dell’Islam, La Mecca e Medina. A fronte di questi piani, ormai conosciuti da tutto il mondo, Stati Uniti e Israele si sono mossi preventivamente, scatenando il conflitto in corso.
A questo punto, al di là del giusto richiamo alla pace per tutti i conflitti in atto, per quello mediorientale non è sfuggita non solo la mancata condanna delle intenzioni genocidarie degli Ayatollah, così palesi da lasciare sgomenti, ma addirittura un atteggiamento, se non proprio affettuoso, comunque cordiale e in perfetta sintonia, con un continuo scambio intellettuale e religioso tra Vaticano e Repubblica Islamica, a cominciare dai rispettivi corpi diplomatici.
Ovviamente questo rapporto privilegiato con l’Islam in generale non è sempre stato così ricco di dialogo. Nei secoli scorsi, senza arrivare alle Crociate, nel 1885 Leone XIII ricordava come l’Europa cristiana avesse vittoriosamente respinto le invasioni dei maomettani, mentre nel 1944 Pio XII ricordava le Crociate, che storicamente servirono a difendere la fede e la civiltà dell’Occidente cristiano contro l’Islam.
Poi, con il Concilio Vaticano II, le cose sono cambiate e, in tal senso, il primo Papa pionieristico nel voler capire e credere al presunto messaggio di pace proveniente dall’Islam è stato Giovanni Paolo II, il primo Papa a pregare in una moschea (Damasco, 2001) e che nel 1999 compì un gesto simbolico di rottura, come baciare il Corano.
Diverso il caso di Benedetto XVI, che continuò il dialogo ma riteneva l’Islam una religione totalmente diversa dal cristianesimo e dalla società occidentale; ciò non rendeva facile la convivenza, poiché aveva compreso in anticipo l’ambiguità in cui si dibatte l’Islam contemporaneo e la sua difficoltà nel trovare un posto nella società moderna.
Poi c’è stato l’avvento di Papa Francesco, che ha sposato pienamente il dialogo di fratellanza con i musulmani, fino ad arrivare, ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019, a firmare il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, assieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb.
Nel documento vengono condannate tutte le pratiche che minacciano la vita, come i genocidi e gli atti terroristici, chiedendo di «cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione.
Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo, non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza; per questo è necessario interrompere il sostegno ai movimenti terroristici attraverso il rifornimento di denaro, di armi, di piani o giustificazioni e anche la copertura mediatica, e considerare tutto ciò come crimini internazionali che minacciano la sicurezza e la pace mondiale. Occorre condannare un tale terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni».
C’è poi un forte richiamo alle donne: «È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti».
Questo è il solco sul quale si muove anche Leone XIV, apparentemente non preoccupato dall’aggressività del regime teocratico iraniano, dall’intolleranza islamista che aizza lupi solitari in tutto l’Occidente, dalla mancata condanna del terrorismo da parte del cosiddetto Islam moderato e dalla mancanza dei diritti delle donne in tantissime realtà islamiche, a partire proprio da quella iraniana.
Il dialogo prima di tutto e nonostante tutto: questa sembra essere la politica vaticana. Certo, il dialogo è importante e indispensabile, specie se il tuo interlocutore, l’Islam sciita, esercita un grande fascino sulle gerarchie vaticane. Ciò può essere spiegato da una certa similitudine organizzativa: rispetto all’Islam sunnita, dove non esiste un’autorità comune, quello sciita iraniano può contare su una struttura verticistica, con una gerarchia di studiosi della legge islamica guidata dalla Guida Suprema.
Il Papa è quindi davvero certo che nel mondo islamico, sunnita o sciita, vi sia questa grande voglia di convivenza con l’Occidente cristiano? Un Occidente che, agli occhi dei sostenitori della «vera fede», ossia la sottomissione all’unico e incommensurabile Dio, chiamato Allah, appare sicuramente traviato nei costumi e non solo.
E sulla sicurezza di Israele, il Papa e tutte le gerarchie vaticane si sono posti il dubbio se gli ebrei saranno lasciati vivere in pace dopo ottant’anni di guerre e aggressioni subite, oppure se dovranno aspettarsi un olocausto nucleare?
Sergio De Santis, COL. (RIS.) della Guardia di Finanza, 10 giugno 2026
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