C’è qualcosa di profondamente educativo, e anche vagamente ironico, nel fatto che i commissari europei, grandi promotori della mobilità elettrica, si trovino ora a sperimentarne i limiti più concreti durante uno dei rituali più consolidati della vita comunitaria: il viaggio Bruxelles-Strasburgo.
Secondo quanto raccontato da Politico, il trasferimento di circa 440 chilometri verso la sede del Parlamento europeo non è più una semplice trasferta istituzionale, ma una sorta di test su strada del Green Deal. Il problema? Le auto elettriche della flotta della Commissione non riescono a coprire la distanza in un’unica tirata. Risultato: sosta obbligata per una ricarica di 20-30 minuti.
In teoria, nulla di drammatico. In pratica, considerando che il viaggio dura già circa cinque ore, anche un breve pit stop contribuisce ad allungare sensibilmente tempi e pazienza. E così quella che doveva essere una dimostrazione esemplare di sostenibilità si trasforma, almeno per alcuni commissari, in una piccola prova di resistenza psicologica.
Le proteste non sono rimaste confinate ai parcheggi autostradali: la questione è arrivata fino al Collegio dei commissari, dove qualcuno ha fatto notare che forse il viaggio “verde” non è così fluido come previsto. La risposta istituzionale, perfettamente in linea con lo stile brussellese, è stata quella di rimandare il problema al commissario al Bilancio: un elegante modo di dire che, almeno per ora, il tema è più gestionale che esistenziale.
Nel frattempo, le alternative non brillano per praticità. Si può guidare più lentamente per preservare la batteria, ma così il viaggio si allunga fino a sei o sette ore. Oppure si potrebbe prendere il treno, opzione apparentemente sensata ma che molti commissari evitano per un motivo molto concreto: la necessità di fare telefonate riservate durante il tragitto. Insomma, quando la sostenibilità incontra la geopolitica, perde qualche punto.
Il quadro generale resta comunque coerente con le ambizioni europee: la Commissione sta progressivamente convertendo la propria flotta verso veicoli a zero emissioni, con l’obiettivo di arrivare al 100% entro il 2027. Una scelta simbolica e politica, volta a dimostrare che l’istituzione applica a sé stessa le regole che propone agli altri. E tuttavia la realtà introduce delle sfumature. Le auto utilizzate, spesso berline di grandi dimensioni, non sono ideali per lunghi tragitti autostradali senza ricarica e l’infrastruttura non elimina i problemi.
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A completare il quadro c’è poi un dettaglio che aggiunge un ulteriore livello di ironia: il problema non riguarda Ursula von der Leyen poiché l’auto della presidente deve essere blindata per motivi di sicurezza e, al momento, non è disponibile alcun modello elettrico blindato.
In definitiva, la vicenda non è tanto uno scandalo quanto una piccola parabola della transizione energetica europea. Nei documenti strategici tutto scorre senza attriti; nella pratica, invece, anche il Green Deal deve fermarsi – letteralmente – a fare il pieno. E forse non c’è modo migliore per capire una politica pubblica che essere costretti a viverla in prima persona.
Gianluca Alimonti, 6 giugno 2026
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