Sulla morte di Abderrahim Fakir servono verità, prudenza e soprattutto un’autopsia. Tre cose piuttosto semplici, che però nella politica italiana diventano improvvisamente complicatissime. Perché mentre la Procura di Bologna sta cercando di ricostruire ciò che è avvenuto domenica 19 luglio al Pilastro, il processo mediatico è già partito, le sentenze sono state pronunciate e il sindaco Matteo Lepore ha pensato bene di convocare immediatamente una piazza per chiedere “verità e giustizia”, scatenando la guerriglia urbana. Come se qualcuno avesse già deciso di negarle.
Partiamo dai fatti, gli unici che dovrebbero interessare prima di trasformare una tragedia in una bandiera politica. La Procura procede per omicidio colposo e ha aperto un fascicolo secondo il nuovo modello 45 bis. Non ci sono, allo stato, persone formalmente indagate: i nomi dei due poliziotti e dei quattro volontari della Croce Rossa intervenuti sono stati inseriti nel registro delle annotazioni preliminari, una garanzia che consente loro di partecipare agli accertamenti irripetibili e nominare consulenti. Gli investigatori stanno analizzando i filmati, le comunicazioni radio, le telefonate e soprattutto la bodycam indossata dal capopattuglia, rimasta accesa anche durante i tentativi di rianimazione.
Secondo la ricostruzione finora emersa, tra l’arrivo degli agenti in via Svevo e il contatto fisico con Fakir sarebbero trascorsi circa trenta minuti. I poliziotti avrebbero tentato inizialmente di gestire la situazione senza immobilizzarlo, decidendo di intervenire quando l’uomo, segnalato in forte stato di agitazione, avrebbe colpito l’automobile di un residente e aggredito il proprietario. È in quel momento che viene accesa la bodycam. Fakir viene bloccato a terra, ammanettato e sottoposto all’azione dello spray al peperoncino. La morte viene constatata alle 12.53.
Un nuovo filmato consegnato all’Ansa dai legali della famiglia mostra Fakir ancora legato alle caviglie e con le braccia dietro la schiena mentre quattro soccorritori tentano di rianimarlo. Due effettuano compressioni toraciche e ventilazione, sul corpo sono applicati i fili del defibrillatore e accanto a lui si trova anche un agente. L’avvocato Fabio Anselmo sostiene che “il volto è insanguinato e ha macchie marroni scure per lo spray al peperoncino spruzzato da molto vicino” e sottolinea che “la rianimazione avviene mentre è ancora legato”.
La Croce Rossa, dal canto suo, ha precisato che i volontari avrebbero praticato le manovre di rianimazione cardiopolmonare non appena è stato possibile avvicinarsi, proseguendo fino all’arrivo dell’automedica e utilizzando anche il defibrillatore poi consegnato ai magistrati. Fonti vicine alla Cri parlano di meno di un minuto trascorso tra la conclusione dell’immobilizzazione e l’inizio dell’intervento dei soccorritori. In quel momento Fakir avrebbe avuto funzioni vitali ancora rilevabili, benché le sue condizioni apparissero già disperate. È evidente, dunque, che non basta un video parziale per stabilire responsabilità penali, omissioni o nessi causali.
Verranno anche accertate anche le versioni dei testimoni. “Lui chiedeva aiuto? No, no, no, non voleva nessuno. Quando sono arrivati i poliziotti lui li mandava via. Comunque la polizia parlava, calma. Io non capivo cosa dicevano perché abito al quarto piano, e lui li mandava via”, la testimonianza di un’anziana intervistata lunedì: “Si avvicinavano un po’ e poi si spostavano. Poi hanno chiamato l’ambulanza, anche quelli dell’ambulanza lui non li voleva vicino. E poi dopo non so, perché si sono spostati in là e non li vedevo più. Io non ho visto che ha dato calci alla volante, ho visto dopo i parenti che davano i calci alle macchine, questo dopo che è successo. E io penso: poveri poliziotti. Perché per quel che ho visto io loro avevano una gran pazienza. E lui era fuori di testa”.
Sarà l’autopsia a dover fornire le prime risposte serie. L’incarico verrà conferito venerdì 24 luglio alle 9 a un gruppo multidisciplinare formato dalla medico legale Valentina Bugelli, dall’anatomopatologa Cristina Basso, specialista nelle morti cardiache improvvise, dalla rianimatrice e cardiologa Manuela Bonizzoli e dal tossicologo Luca Morini. Dovranno essere eseguiti esami istologici e tossicologici e dovrà essere valutata anche la correttezza delle manovre rianimatorie. Tutto il resto, almeno per ora, è propaganda travestita da certezza.
Ed è proprio qui che entra in scena Lepore. Ricapitoliamo. Il sindaco del Pd, senza attendere che venisse chiarito neppure il primo elemento della vicenda, ha convocato per lunedì sera un presidio in piazza Nettuno. Il momento istituzionale, con gli interventi dei familiari di Fakir, si è svolto pacificamente. Successivamente, però, gruppi di antagonisti si sono mossi verso la Prefettura e la Questura, cercando lo scontro con gli agenti. Sono volati petardi, bottiglie e oggetti; sono state costruite barricate e alcune automobili sono state incendiate. La stessa famiglia di Fakir ha preso le distanze dalle violenze.
Il Comune insiste sulla distinzione tra il presidio istituzionale e la manifestazione degli antagonisti. Palazzo d’Accursio sostiene di aver diffuso la convocazione domenica alle 20.16, di averne informato poco dopo i referenti di Prefettura e Questura e di aver partecipato, il giorno successivo, alle riunioni per predisporre i servizi di sicurezza. Aggiunge inoltre che nessuno avrebbe chiesto formalmente di annullare l’iniziativa. Il Ministero dell’Interno ha comunque avviato una verifica sulle procedure seguite, mentre da fonti romane è emerso che non sarebbe stato presentato il formale preavviso in Questura. Insomma, sulla gestione istituzionale c’è ancora qualcosa da chiarire.
Lepore, naturalmente, non arretra di un millimetro. “È importante che quella piazza ci sia stata, perché altrimenti non avrebbe avuto voce e si sarebbe confusa con l’altra. E quel dolore sarebbe stato strumentalizzato. Credo che, alla fine di tutto, si capirà che è stata una giornata importante”, ha spiegato. Poi ha aggiunto: “Penso che non dobbiamo darla vinta agli antagonisti. Sappiamo che nella nostra città c’è anche questa cultura. E io in questo mandato mi sono sempre opposto: riempire le piazze con un’alternativa democratica è il metodo di Bologna”. Infine la promessa: “D’ora in poi non lasceremo più le piazze ai violenti e agli antagonisti”. Bellissimo. Peccato che il “metodo di Bologna” cambi a seconda di chi deve entrare in città.
Nel novembre 2025, quando al PalaDozza dovevano giocare Virtus Bologna e Maccabi Tel Aviv, lo stesso Lepore aveva chiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di spostare la partita ad altra data e in un altro luogo. Il motivo? Il rischio di incidenti provocati dalle manifestazioni pro-Palestina. “Non ci sono le condizioni di ordine pubblico per gestire con serenità tale evento”, sosteneva il sindaco, paventando danni per cittadini, commercianti e città. Piantedosi gli rispose con un principio elementare: “Non sono gruppi di persone che minacciano con la violenza che possono dettare l’agenda degli eventi pubblici”.
Capito il capolavoro? Quando arrivano gli israeliani, secondo Lepore bisogna spostare la partita per evitare che gli antagonisti mettano a ferro e fuoco Bologna. Di fatto si chiede alla squadra israeliana, alla Virtus, agli sportivi e ai cittadini di farsi da parte perché qualcuno minaccia violenze. Quando invece è il sindaco a convocare una piazza in un clima già incandescente, allora guai a “darla vinta agli antagonisti”. In quel caso manifestare diventa improvvisamente un dovere democratico e chi solleva dubbi sull’opportunità della convocazione viene accusato di voler lasciare la città ai violenti. È il metodo Lepore: piegarsi alle minacce quando sul parquet deve scendere una squadra israeliana, ma rivendicare il diritto alla piazza quando la convocazione porta il timbro del Comune e serve a costruire una precisa narrazione politica.
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Nessuno può attribuire automaticamente al sindaco la responsabilità materiale degli scontri compiuti dagli antagonisti. Sarebbe scorretto tanto quanto condannare in anticipo i poliziotti per la morte di Fakir. Esiste però una responsabilità politica, che riguarda la valutazione del clima, i tempi della convocazione e il messaggio trasmesso alla città mentre le indagini erano appena cominciate. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni l’ha definita “irresponsabile”, osservando che la piazza è stata chiamata prima che ci fosse il tempo di accertare eventuali responsabilità. Impossibile non condividere.
Lepore poteva esprimere vicinanza alla famiglia, chiedere trasparenza e pretendere che ogni elemento fosse messo a disposizione della magistratura. Poteva attendere l’autopsia. Poteva evitare che un dolore autentico diventasse il combustibile di una mobilitazione politica facilmente intercettabile dai professionisti dello scontro. Non lo ha fatto. Forse avrebbe dovuto applicare a se stesso il metodo che aveva suggerito per Virtus-Maccabi: quando esiste un rischio concreto di devastazioni, l’evento si rinvia o si sposta. Ma evidentemente il metodo Lepore vale soltanto quando a dover rinunciare sono gli altri. Soprattutto se israeliani.
Massimo Balsamo, 23 luglio 2026
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