Sette vite

“Il ponte sullo Stretto? Perché sono favorevole a farlo”

Ambientalista, radicale, sindaco di Roma, ministro, uomo di cultura. Francesco Rutelli si racconta nel podcast Sette Vite

Francesco Rutelli è ambientalista, radicale, sindaco di Roma, ministro, uomo di cultura. Nel mio podcast “Sette Vite” lo ho incontrato partendo dalla consueta domanda, uguale per tutti: sta vivendo la vita che avrebbe voluto vivere? La risposta è stata netta: «Le scelte della vita sono interamente al cento per cento le tue, gli accadimenti no». Dentro questa frase c’è molto del suo carattere: l’idea di responsabilità personale unita alla consapevolezza che la storia – individuale e collettiva – non si lascia mai governare fino in fondo.

Rutelli oggi racconta la Capitale nel suo ultimo libro “Roma, la città dei segreti”. Non sceglie un “angolo del cuore”: sceglie l’“interezza” della città. Roma come organismo vivente, stratificazione infinita, luogo in cui convivono papato, impero, rivoluzioni e contraddizioni.

Tra aneddoti colti e memorie personali, emerge una città che non è solo scenario ma destino. Dal ponte Sant’Angelo – dove Bonifacio VIII impose il senso di marcia ai pellegrini per evitare tumulti – ai segni lasciati dai primi cristiani sulla Colonna Traiana, Roma diventa la metafora di una storia che si trasforma ma non si cancella.

E qui viene fuori una delle sue posizioni più interessanti: sulle grandi opere e sulle trasformazioni urbane non bisogna cedere alla paura. «Non dobbiamo avere paura delle trasformazioni», mi ha detto, rivendicando una visione in cui tutela e innovazione non sono nemiche.

Da ex sindaco, difende interventi coraggiosi e ricorda con orgoglio l’Auditorium di Renzo Piano, ma non nasconde le occasioni mancate per eccesso di rigidità burocratica. Governare Roma, del resto, significa misurarsi con una città immensa – fisicamente e simbolicamente. Colpisce, parlando con lui, la nostalgia non per il potere ma per la stagione radicale. Lì, dice, ha imparato che anche una minoranza può cambiare le cose, se intercetta un Paese più maturo della sua classe dirigente. Il tema del divorzio ne è l’esempio storico.

C’è in Rutelli una rivendicazione della libertà individuale e insieme una consapevolezza dei limiti della politica. Quando gli chiedo se tornerebbe a farla in prima linea, è sincero: una fase è compiuta. Oggi il suo impegno è altrove, nella cultura e nel volontariato.

Tra i passaggi più intensi dell’intervista, il racconto della ricostruzione del Toro di Nimrud, distrutto dall’ISIS. Un’operazione finanziata con fondi privati, artigiani italiani, restituita al museo di Bassora. Il suo ragionamento è netto: «Detesto il desiderio di distruggere come soluzione della propria ideologia». Non è solo una condanna del fondamentalismo islamico, ma di ogni forma di iconoclastia, comprese quelle occidentali che abbattono statue o riscrivono la memoria secondo il vento del momento.

Sul piano geopolitico, l’ex ministro osserva con prudenza le mosse di Donald Trump. Nessuna demonizzazione a priori, ma una richiesta di verifica sui risultati concreti. Sull’Artico – tema che ha studiato e scritto anni fa – ricorda che le nuove rotte commerciali cambiano gli equilibri globali. C’è un filo rosso che attraversa tutta la nostra conversazione: la coerenza. Dalla scelta di cambiare scuola dopo essere stato “punito” per un intervento non autorizzato a sedici anni, fino all’uscita dal Partito Democratico quando non si riconosceva più nel progetto originario.

Hoara Borselli, 4 marzo 2026

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