Oggi tutti sappiamo come vengono “notiziati” i crimini e i criminali sui giornali. Negli anni Sessanta del Novecento a Milano la popolazione si era bizzarramente convinta che gli immigrati delinquessero assai di più dei locali.
I giornali prima soffiarono un po’ sul fuoco, poi adottarono un codice di autoregolamentazione. Seppure non esistesse alcun divieto legale di indicare che un autore di reato fosse meridionale, in una parte significativa della stampa milanese si fece strada una consuetudine editoriale volta a evitare tale indicazione per non alimentare pregiudizi in una città già investita da una massiccia immigrazione dal Sud.
Tuttavia, bastava scrivere che il sospettato si chiamava che so, Gaetano Scandurra, e la gente non aveva bisogno di altro. Per questo motivo, la scelta redazionale aveva un’efficacia solo parziale. Vi era una differenza tra lasciare che il lettore traesse una propria inferenza e scrivere esplicitamente: “un calabrese”, “un siciliano” o “un pugliese”.
Nel primo caso il fatto riguardava un individuo; nel secondo si metteva in evidenza l’appartenenza a una categoria, sostenevano i giornalisti. In breve, anche quando la stampa era molto più rilevante nella vita pubblica italiana, il livello di ipocrisia era altissimo.
Luigi Marco Bassani, 24 luglio 2026
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