Esteri

Il tallone d’Achille di Putin non è il fronte

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La Russia oggi assomiglia pericolosamente all’Italia del 1973. Non per ragioni storiche, ma per un fatto molto semplice: il carburante non c’è. E quando il carburante manca, un Paese si ferma. Negli ultimi giorni Mosca ha dovuto sospendere le forniture all’estero e affrontare una carenza interna di benzina e diesel. Non è un incidente: è il risultato dei continui attacchi ucraini con droni e missili contro raffinerie e depositi in varie regioni del Paese.

La strategia è chiara: colpire l’infrastruttura energetica, non la fanteria. E sta funzionando più delle sanzioni europee. La Crimea, annessa nel 2014, è la cartina di tornasole: da una settimana vive tra razionamenti, code ai distributori e blackout elettrici. Non è propaganda: è la realtà di un territorio che dipende totalmente dalla Russia e che oggi paga il prezzo della guerra. La fine della “triangolazione”.

Per mesi Mosca ha aggirato le sanzioni con la solita “triangolazione”: petrolio che parte russo, arriva indiano, riparte “non russo”. Un trucco vecchio quanto il commercio internazionale. Ma quando le raffinerie vengono distrutte, non c’è triangolazione che tenga. Senza impianti, non c’è prodotto da esportare. E senza export, non ci sono entrate.

È qui che il paragone con il 1973 diventa inevitabile: prima tutti a piedi, poi le targhe alterne. Oggi tocca ai russi. La domanda è semplice: quanto può reggere il governo russo prima che il malcontento diventi visibile? Perché i disagi non li paga il Cremlino: li pagano i cittadini. E c’è un altro punto che in Occidente si sottovaluta: per sostenere il peso finanziario della guerra, la Russia ha scaricato sulle banche commerciali il compito di salvare la Banca Centrale.

In pratica: le banche devono comprare il debito di guerra. Risultato? Un sistema bancario che sembra solido, ma che in realtà è in difficoltà silenziosa, con famiglie che non riescono più a pagare i mutui. Un dato parla da solo: nel 2015 mezzo milione di famiglie russe è andato in default. Mezzo milione. E oggi la situazione è peggiore.

Gli oligarchi resteranno fedeli? La domanda finale è inevitabile: gli oligarchi resteranno dalla parte di Putin? Finché il rublo regge, sì. Finché il petrolio scorre, sì. Ma quando il petrolio manca, quando le raffinerie bruciano, quando le entrate si fermano, la fedeltà diventa un concetto molto più fragile.

Il dissenso manifesto oggi non si vede. Ma la storia insegna che il dissenso non si vede… finché non esplode. E qualcuno, dentro quel sistema, ha già la spada di Damocle sopra la testa. E non sembra gradirla.

Ezio Pozzati, 11 luglio 2026

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