Il vero e proprio j’accuse dell’avvocato di Stasi

Il legale Antonio De Rensis denuncia gli errori imperdonabili commessi durante le prime indagini sull'omicidio Poggi

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avvocato stasi garlasco (1)

Martedì mattina, nel corso di Storie italiane, programma in onda su Rai 1 e condotto dall’ottima Eleonora Daniele, abbiamo assistito ad un clamoroso j’accuse dell’avvocato di Alberto Stasi, quell’Antonio De Rensis che in passato si occupò a lungo di una torbida vicenda criminale su cui ancora oggi aleggia un grande e oscuro mistero: la morte del campione Marco Pantani.

Assistendo in studio alla messa in onda di un servizio nel quale venivano riepilogati 10 gravi errori commessi durante la prima inchiesta del delitto di Garlasco – errori che noi comuni mortali facciamo molta fatica ad immaginare -, De Rensis si è voluto soffermare su quello che chiunque non avrebbe avuto difficoltà a considerare di gran lunga il più rilevante: la fortuita e inverosimile scomparsa delle impronte dell’assassino sul pigiama della povera Chiara Poggi. Scomparsa, per la cronaca, dovuta alla sconsiderata decisione di rivoltare il corpo della vittima senza alcuna precauzione, tanto che le stesse impronte vennero coperte dalla copiosa quantità di sangue presente sul pavimento.

“Non ricordo – ha seccamente esordito il legale -, e vi chiedo di aiutarmi, non ricordo un caso di cronaca giudiziaria in cui vi era la firma, la prova inoppugnabile dell’assassino cancellata sotto gli occhi degli investigatori. Le dita dell’assassino (cancellate ndr) sul pigiama di Chiara dovrebbero essere motivo di vergogna, vergogna! Perché questo – ha sentenziato De Rensis – è un errore imperdonabile, fossero state le impronte di chiunque, quindi non escludo nessuno per onestà intellettuale – riferendosi ovviamente alla possibilità che le stesse potessero essere quelle del suo assistito -. Io non mi ricordo una omissione, un errore più grave di questo. Il caso era concluso in 24 ore, e noi abbiamo parlato, non voi Eleonora (riferendosi ad un raro programma nel quale spicca una sana matrice garantista) , per 18 anni di una telefonata al 118, con le impronte dell’assassino sul pigiama?”.

Ebbene, in questa amara e sconsolata domanda finale non possiamo non cogliere una dura critica a quell’inguadabile circo mediatico il quale non aspetta altro che sbattere in prima pagina il mostro di turno, così come sta già accadendo con il nuovo indagato di questa infinita vicenda giudiziaria, concentrando l’attenzione di chi li segue su aspetti che ben poco hanno a che fare con i riscontri oggettivi delle varie inchieste.

Tanto è vero che ancora oggi ci sono molti sedicenti esperti di cronaca giudiziaria che sulla più che discutibile condanna di Stasi, oltre ad omettere la montagna di errori che ne hanno caratterizzato l’iter, spacciano congetture e leggende metropolitane per prove schiaccianti. Una su tutte, ribadita ossessivamente da alcuni di tali esperti, è quella legata ai famosi pedali scambiati della bicicletta di Stasi. Uno scambio che non fu mai avvenuto, così come viene sottolineato nella sentenza di colpevolezza dell’appello bis, a seguito di una perizia richiesta all’epoca dal sostituto procuratore  Laura Barbaini, che all’epoca sostenne l’accusa.

In questo caso le cose sono due: o chi racconta simili balle è in buonafede ma non legge gli atti, oppure li conosce ma ritiene più utile per il suo “mulino” stravolgerli quanto basta. Tertium non datur.

Claudio Romiti, 28 maggio 2025

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