Politica

Il vero potere di Berlusconi: far rosicare gli odiatori pure da morto

Dopo l'archiviazione della procura di Firenze sulle stragi del '93, i nemici del Cav non ci stanno e sono tornati all'attacco

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Il tribunale di Firenze ha archiviato le indagini su Silvio Berlusconi e ha smantellato le inchieste di procure che per trent’anni hanno spacciato la balla del Cav colluso con la mafia stragista. Un’invenzione assurda. Una tesi fantasiosa, senza riscontri, alla ricerca – tutta propaganda – di “un mandante occulto”.

Fuffa. Infatti la motivazione della sentenza di archiviazione parla chiaro: assenza totale di elementi, manca qualunque tipo di evidenza dei contatti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Se l’inesistenza dei rapporti tra il Cavaliere e la criminalità organizzata è sempre stata una ovvietà storica, ora che le farneticanti accuse sono state archiviate (ancora una volta), è anche una verità giudiziaria.

La prima riflessione appare immediata: il metodo ossessivo della caccia all’uomo. Cosa grave che dovrebbe indignarci tutti: è la sesta volta che questa assurda ricostruzione viene archiviata. In tre decenni le indagini sono state archiviate e riaperte formalmente 5 volte. Ma la verità è che nessuno sa precisamente quante: è il fango prodotto dal teorema ideologico dettato dalla reiterazione compulsiva dell’utilizzo del trucchetto della “clonazione dei fascicoli di indagine”.

In un Paese fondato sul culto del processo mediatico e sulla incivile saldatura tra alcune redazioni e alcune procure, i fatti non contano: contano i sospetti e capita di trasformare le illazioni in sentenze. Proprio come in qualche modo ha contribuito a fare la procura di Firenze, non da ultima, associando – completamente a caso – la nascita del partito di Forza Italia alle stragi del 1993 di cinque mesi prima.

Il parafulmine di qualunque nefandezza occorsa su suolo italiano. Un nesso logico scriteriato, come il delitto di Garlasco avvenuto giusto 3 mesi dopo la doppietta di Inzaghi al Liverpool che valse al Milan la Champions League 2007 ad Atene. Roba da matti.

Che Silvio Berlusconi sia stato oggetto di un accanimento politico-giudiziario è ormai consacrato e acquisito a patrimonio nazionale. La valanga che lo ha investito, rendendolo martire e simbolo di una persecuzione senza pari, vede 36 procedimenti e 90 filoni, più di 4000 udienze. Una sola condanna. Fiscale. Numeri da barzelletta se la cosa non fosse drammatica. Una caccia di 30 anni con un unico obiettivo: farlo fuori.

Ma c’è un secondo elemento che dovrebbe scandalizzarci: la circostanza allarmante del tempismo. Succede tutto in 29 anni. I procedimenti penali a suo carico, infatti, hanno avuto inizio quando entrò in politica: nel 1994, l’anno del primo avviso di garanzia recapitatogli quando, da Presidente del Consiglio, presiedeva a Napoli una conferenza internazionale sulla criminalità organizzata. Gli fu annunciato ore prima – antesignano del metodo manettaro e sensazionalistico a cui oggi sembriamo assuefatti – a mezzo stampa, con uno scoop clamoroso del Corriere della Sera.

29 anni dopo, Paolo Mieli svelerà il golpe: quell’avviso arrivò direttamente dall’interno della procura di Milano. “Concorso in corruzione”, l’accusa; assoluzione in Cassazione per non aver commesso il fatto, l’esito. Processi evaporati ma fatti politici immarcescibili, dato che quel governo cadde. Da lì un calvario inimmaginabile. Lo hanno accusato di tutto, in un esercizio applicativo dell’intero codice: riciclaggio, corruzione, falso in bilancio, fondi neri, prostitute, minorenni, escort, P2. Un solo risultato: assoluzioni e archiviazioni.

E con il dito puntato quando l’intervenuta prescrizione veniva raccontata come una colpa, non come una clava della macchina giudiziaria che per anni non era stata capace di arrivare a sentenza. Addirittura – con la dignità di chi per l’ennesima volta non si è lasciato piegare neanche da un golpe ordito a Bruxelles e vincendo anche contro quell’unica folle condanna e l’assurdità giuridica dell’applicazione retroattiva della legge Severino – riabilitato nel 2018, tornò in Senato.

Che Paese moderno dovrebbe essere quello in cui la magistratura agisce come braccio armato della politica? Era puro furore ideologico. Infatti emerge, spontaneo, il terzo punto di riflessione: il colore di quell’accanimento ben identificabile. È giunto sempre con la corrente politico-giudiziaria delle toghe rosse, una parte minoritaria della magistratura, militante, faziosamente accanita e legata a Pci-Ds-Pds-Pd.

Non si tratta di dubitare della professionalità dei singoli ma di constatare come un protagonista percepito dalla sinistra come un ostacolo sia stato braccato attraverso un patto di ferro – eversivo – tra poteri dello Stato per impedire, sulle macerie di Tangentopoli, un progetto politico diverso dal comunismo e di una “gioiosa macchina da guerra”. La sinistra ha commesso un enorme suicidio: scendere a patti con i plotoni d’esecuzione della magistratocrazia, «Acchiappa il mio avversario, inseguilo, arrestalo».

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C’è stato uno schifoso pezzo di Paese che ha utilizzato le procure come supplemento della politica, facendosi un autogol politico clamoroso perché allearsi con le procure per smantellare la democrazia rappresentativa distrugge solo chi lo fa, chi rinuncia a far politica: per questo oggi la sinistra è così in ritardo rispetto al mondo che corre, nelle proposte, nei programmi, perché per 30 anni si è dedicata unicamente a questa dimensione di lotta politica basata sui veleni.

Gli stessi veleni che hanno toccato l’apice col tentativo di coinvolgere la persona del Cavaliere perfino nelle stragi mafiose, senza stracci di prova, giusto per avvelenare i pozzi. E tutto questo nonostante i governi Berlusconi più di tutti siano stati protagonisti della lotta alla mafia: arrestati 1.300 latitanti, aver reso permanente il 41 bis contro i mafiosi (2002), l’inasprimento del 41 bis per i condannati per mafia (2008), l’aumento dei poteri al Procuratore Nazionale Antimafia (2009), il Piano nazionale antimafia (2010-2011), il sequestro e la confisca alla criminalità organizzata di 49.035 beni per un totale di 25 miliardi di euro.

Dopo l’incredibile Odissea giudiziaria che lo ha travolto, a colpi di archiviazioni e assoluzioni Berlusconi ha sempre fatto ritorno ad Itaca. Ecco il quarto argomento: il giustizialismo ha perso. Sì, perché il lungo elenco di attacchi giudiziari si è concluso con una sola risibile condanna fiscale: colpevole non per essersi macchiato di qualche condotta illecita ma perché “non poteva non sapere”; e perché mai il primo contribuente italiano avrebbe scientemente dovuto nascondere all’erario una somma esigua e trascurabile di denaro rispetto alla incredibile mole di imposte effettivamente pagate da lui e dalle sue società, resta un mistero.

Di quel giustizialismo che ha alimentato il cortocircuito tra giustizia e informazione restano solo macerie. E quanti soldi dei cittadini sperperati. Eppure nel circo mediatico-giudiziario che dilania le vite degli altri, nessuno paga un prezzo. Funziona così. È il manuale di istruzioni, il canovaccio brevettato e pronto all’uso che Ermes Antonucci illustra brillantemente su Il Foglio e che mi onoro di riprendere: «Si prende un’accusa che può far comodo. Si disumanizza il soggetto accusato trasformandolo nel simbolo di qualcosa da combattere. Si trasforma rapidamente quell’accusa in verità assoluta.

Si utilizza quell’accusa per dimostrare la bontà delle proprie idee. Si usano i sospetti per cercare di ottenere benefici politici. E infine si getta gratuitamente fango sul prossimo senza pagare alcuna conseguenza, sapendo che ciò che conta nel dibattito pubblico non è ciò che viene dimostrato da un tribunale, ma ciò che viene affermato dal tribunale del popolo».

È deprimente constatare come la lotta politica possa svolgersi attraverso mezzi tanto indegni e soffiando sul fuoco della menzogna. Con Berlusconi era una formula fissa: lui ne usciva ma il sospetto rimaneva. Il contrario del principio dello stato di diritto. Cibo per sciacalli e linci, abituati da trent’anni ad una cerimonia cannibale. I talk show si trasformavano in tribunali permanenti e alimentavano i cortei di piazza per i magistrati, le manifestazioni sulla legalità selettiva, le ipocrite fiaccolate per la difesa della Costituzione che diventavano barricate quando, per attuarne i principi garantisti, qualche governo provava a smantellare gli abbracci sistemici del circo mediatico-giudiziario.

Quanto è attuale questa retorica da salvatori della Carta? Questo Paese sembra non evolvere mai. Eppure mi dà lo spunto per raccontarvi il quinto spunto di questa archiviazione: il tatticismo della notizia. L’atto risale a gennaio, ma il toga party l’ha diffuso solo questa settimana. Mettere questo antidoto al manettarismo che ribolliva nel calderone della propaganda menzognera del pre-referendum sarebbe stato kryptonite per gli interessati.

Lo stratagemma ha sortito l’effetto contrario: ci hanno fornito l’assist per dimostrare praticamente quanto quella becera campagna disinformativa fosse una operazione di puro arroccamento di casta per preservare il privilegio medievale di giudicare delle carriere dei colleghi. In base all’appartenenza politica e sguazzando nell’impunità.

Qualcuno – più di qualcuno, certo – dovrà rendere conto al Paese della persecuzione che Silvio Berlusconi ha subito. Ma è morto da innocente, da incensurato, da Senatore della Repubblica, al governo, con le aziende solide e con un’Italia che gli somiglia più che mai. Certo, tanti Tersite hanno avuto bisogno della statura di Berlusconi per poter far carriera diffamandolo – tant’è che alla sua dipartita è sembrato scontato a tutti che un gigante così non muoia mai; l’antiberlusconismo (unico superstite del Cavaliere), invece sì. E «Si Dieu n’existait pas, il faudrait l’inventer», gli odiatori dovranno trovare qualche altro main asset per i loro portafogli e per costruire le loro carriere.

La storia continuerà a rendergli giustizia: Berlusconi ha vinto. E chi l’ha combattuto ha perso senza dignità.

Francesco Catrera, 7 giugno 2026

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