Politico Quotidiano

Inchieste folli e pm superstar: trent’anni di fuffa giudiziaria contro Berlusconi

Archiviata anche l’ultima accusa sulle stragi: nessun legame concreto con Cosa Nostra, ma chi ha alimentato il teorema non pagherà mai il conto

Berlusconi Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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E così, dopo trent’anni di processioni giudiziarie, sospetti, faldoni, perquisizioni, titoloni, retroscena e teoremi buoni per alimentare il grande romanzo dell’antiberlusconismo, arriva il solito finale: archiviazione. Il gip di Firenze Patrizia Martucci ha disposto l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993. La ragione è semplice, quasi brutale nella sua ovvietà: “Mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri”. Tradotto dal burocratese giudiziario: non c’era ciccia. Il decreto porta la data del 15 gennaio 2026, ma la notizia è emersa solo il 4 giugno. Anche questo, nel suo piccolo, è un capolavoro italiano: l’accusa viaggia per decenni in prima pagina, l’archiviazione arriva in differita. Marina Berlusconi non ha torto quando dice: “Viene da chiedersi: se l’esito fosse stato opposto, per leggerlo sui giornali ci sarebbero voluti cinque mesi o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?”.

La storia la conosciamo. Dal 1996 in poi, a Firenze si è indagato su Berlusconi e Dell’Utri come se dietro le bombe del 1993, quelle di Firenze, Milano e Roma, potesse esserci il progetto politico di Forza Italia. Non una insinuazione da bar, ma una ipotesi giudiziaria ripetuta, riaperta, archiviata, riesumata, rilanciata. L’idea era che la stagione stragista di Cosa Nostra fosse servita a creare un clima di terrore utile all’ascesa politica del Cavaliere. Dell’Utri, secondo l’accusa, avrebbe addirittura istigato Giuseppe Graviano e indicato i luoghi degli attentati. Una roba enorme. Enorme a tal punto che, se fosse stata vera, avrebbe riscritto la storia della Repubblica. Peccato che, dopo trent’anni, la montagna abbia partorito il solito topolino: “Mancano elementi concreti”.

E qui sta il punto politico, prima ancora che giudiziario. Perché in un Paese normale una accusa del genere, se non regge, dovrebbe produrre almeno un esame di coscienza. Da noi no. Da noi il sospetto è una carriera, il teorema è un talk show, l’indagine è un certificato di nobiltà morale per chi la coltiva. Berlusconi è morto senza vedere chiusa davvero questa storia. Dell’Utri, al netto della sua condanna definitiva per concorso esterno, si è trascinato addosso per decenni l’etichetta ulteriore, infamante, di uomo collegato alla regia delle stragi. E intanto tutto ciò che non diventava prova diventava comunque fango. Tutta fuffa, si può dire oggi? Politicamente sì. Giudiziariamente, la formula è più elegante: non ci sono elementi concreti.

Ripercorriamo brevemente le tappe. Trent’anni fa, nel 1996, i pm di Firenze avviarono le indagini su Berlusconi e Dell’Utri, accusati di essere i mandanti esterni delle stragi di Cosa nostra del 1993-1994 di Firenze, Milano e Roma. La prima indagine venne archiviata i nel 1998: risultati? Zero. Poi la riapertura e la seconda archiviazione nel 2011, seguita dall’ennesima riapertura nel 2017. Nel 2025 l’esclusione definitiva di ogni legame tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra.

A ottobre la Cassazione aveva già respinto il ricorso della procura generale di Palermo contro il no alla sorveglianza speciale e alla confisca dei beni di Dell’Utri e dei familiari. La Suprema Corte ha confermato che non era mai stata processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa Nostra nelle imprese berlusconiane e ha definito indimostrata e illogica la tesi dei soldi versati da Berlusconi a Dell’Utri come prezzo del silenzio su accordi non provati con la mafia. Anche qui: anni di suggestioni, libri, trasmissioni, ricostruzioni, campagne politiche. Poi arrivano le carte e dicono una cosa molto meno cinematografica: non provato, non dimostrato, illogico.

Naturalmente nessuno pagherà il conto. Non lo pagheranno i professionisti dell’allusione, non lo pagheranno i salotti che hanno trasformato ogni brandello investigativo in una sentenza morale, non lo pagherà quel pezzo di giustizia che per anni ha inseguito la madre di tutte le accuse contro Berlusconi. Sono magistrati, pubblici ufficiali, uomini delle istituzioni: faranno o avranno fatto la loro carriera, avranno avuto visibilità, peso, autorevolezza. Vere e proprie superstar, idoli di quei talk rossi e patinati. Ma per l’effetto politico di quelle accuse, per il marchio lasciato addosso a un leader e a un’intera area politica, non risulta alcun prezzo personale da pagare.

E allora resta una domanda semplice: chi risarcisce trent’anni di sospetto? Chi restituisce a Berlusconi il tempo, l’immagine, la reputazione, il pezzo di storia politica avvelenato da una ipotesi che non ha retto? Nessuno, ovviamente. In Italia funziona così: l’indagine è una condanna anticipata, l’archiviazione è una noticina. L’accusa fa rumore, la smentita deve chiedere permesso. Il fango corre, la verità arriva col fiatone. E quando finalmente arriva, c’è sempre qualcuno pronto a spiegare che sì, va bene, non ci sono prove, però qualche ombra rimane. È il garantismo al contrario: assolti dalle carte, condannati dal sospetto.

Questa ultima archiviazione non cancella la storia giudiziaria di Dell’Utri, né pretende di riscrivere ciò che è stato definitivamente deciso in altri processi. Ma chiude, ancora una volta, il capitolo più mostruoso: quello che voleva Berlusconi e il suo braccio destro come mandanti, ispiratori o beneficiari delle stragi mafiose. Una tesi gigantesca, ripetuta per anni, e oggi ridotta alla sua essenza: fuffa. Fuffa giudiziaria, fuffa mediatica, fuffa politica. Solo che la fuffa, quando viene impastata con il potere delle procure e amplificata dai giornali amici, non è innocua. Diventa una biografia parallela. E anche quando crolla, lascia sempre qualcuno sporco. Di solito l’accusato. Quasi mai chi ha accusato.

Massimo Balsamo, 4 giugno 2026

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