Caffè avvelenato

In difesa del lusso

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

caffè avvelenato Valentino
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Qui al bar non abbiamo mai indossato abiti di Valentino e di rosso ci vestiamo solo a Capodanno. Una cosa, però, vorremmo dirla: evviva Valentino quando se ne fregava dei terroristi comunisti e girava per Roma con la Ferrari. È un aneddoto che a volte ha raccontato lui stesso in alcune interviste e, anche se non lo ha mai voluto presentare come un gesto politico, semmai come un comportamento naturale, a noi sembra che fosse l’autentico atto di resistenza all’anticapitalismo di chi, all’epoca, i “padroni” non si faceva scrupolo ad ammazzarli. O a sequestrarli.

Valentino non voleva rinunciare al suo stile di vita e il suo stile di vita era il lusso. Perché se l’era guadagnato, perché se l’era meritato, perché è giusto che nel mondo ci sia chi confeziona mise costose e chi prepara caffè, purché anche chi prepara caffè abbia la possibilità, se è capace e si impegna, di salire di livello. Questo, diremmo, è il limite dell’Italia: non che ci siano ricchi, spesso soggetti di cattivo gusto, che sperperano e ostentano; bensì che il famoso “ascensore sociale” si sia bloccato e si fatichi così tanto a farlo ripartire. Leggi, leggine, lacci, lacciuoli, burocrazia, molta della quale europea. Non ci accorgiamo di vivere in un continente votato al suicidio economico e demografico? Evviva Valentino, evviva la ricchezza che porta sviluppo e benessere. Qui al bar non ci interessa il salario minimo; speriamo, un giorno, di raggiungere quello massimo…

Il Barista, 20 gennaio 2026

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