«Per essere di sinistra, basta mettere in prigione altra gente, quella che noi odiamo, e far uscire quelli che ci piacciono». Se questa frase di Ugo Bernalicis, deputato francese di La France insoumise, fosse davvero una dichiarazione di principio, non servirebbero altri argomenti per capire quanto sia malato un certo modo di concepire la giustizia. E il problema è che, ascoltandola, viene il dubbio che dietro la provocazione ci sia qualcosa di più di una semplice battuta.
Il passaggio, tratto da un intervento video che sta circolando sui social, è talmente surreale da sembrare scritto apposta per alimentare una caricatura della sinistra. Ma proprio per questo merita di essere preso sul serio. Perché quando si arriva a ragionare in termini di «quelli che odiamo» e «quelli che ci piacciono», la giustizia ha già smesso di essere giustizia ed è diventata una clava politica.
E non è tutto. Nello stesso intervento vengono richiamate la «feticizzazione della vittima» e l’idea che crimini e reati possano essere letti come il segno di una società che «va bene». Una concezione che lascia francamente sbalorditi. Perché una vittima non dovrebbe essere un feticcio, certo. Ma nemmeno un fastidio da ridimensionare quando la sua storia non si incastra nella narrazione politica che preferiamo.
Una società civile parte dai fatti. Se qualcuno commette un reato, si accertano le responsabilità. Se qualcuno viene aggredito, si tutela la vittima. Non si stabilisce prima da che parte sta il colpevole, per poi decidere quanto debba pesare ciò che ha fatto.
Eppure il cortocircuito politico è evidente: se il presunto colpevole appartiene al campo avversario, il garantismo sembra improvvisamente evaporare; se invece è vicino alla propria parte politica, spuntano attenuanti, contesto, disagio sociale, condizioni ambientali e mille ragioni per spiegare che, in fondo, non è mai davvero colpa sua.
Questa non è giustizia. È tifo. Ed è proprio qui che la frase di Bernalicis diventa inquietante. Perché può essere letta come una denuncia ironica della caricatura della sinistra, ma può anche finire per descrivere perfettamente la tentazione di una certa politica: usare il carcere per i nemici e il garantismo per gli amici.
La cosa paradossale è che Bernalicis, in Parlamento, ha difeso principi come la presunzione di innocenza e le garanzie fondamentali del processo penale. Nei lavori dell’Assemblée nationale del giugno 2026, per esempio, ha definito la presunzione di innocenza un «principio cardinale» del diritto penale e ha insistito sulla necessità di preservare le garanzie procedurali. Benissimo. Ma allora proprio per questo dovrebbe essere ancora più chiaro che la giustizia non può avere una tessera di partito.
Non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. Non esistono reati politicamente più simpatici di altri. Non esistono criminali che meritano automaticamente comprensione perché appartengono alla parte giusta della barricata. La giustizia non dovrebbe conoscere né amici né nemici. Dovrebbe conoscere soltanto fatti, prove, responsabilità e legge.
Perché nel momento in cui qualcuno comincia a pensare che basti mettere in galera «quelli che odiamo» e liberare «quelli che ci piacciono», non siamo più davanti alla giustizia. Siamo davanti alla sua caricatura più pericolosa: quella che pretende di chiamarsi giustizia mentre fa semplicemente politica. E in uno Stato di diritto, la risposta dovrebbe essere una sola: mai la galera in base a chi odiamo, mai la libertà in base a chi ci piace.
Cristina de Palma, 15 agosto 2026
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