In ricordo di un liberista (vero)

Il 2 marzo del 2016 ci lasciava Sergio Ricossa: fu “semplicemente” fra i maggiori economisti e pensatori italiani del secondo Novecento

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Il 2 marzo del 2016 ci lasciava Sergio Ricossa. Per chi ha avuto la fortuna di essere suo allievo, questi giorni di ricordo in corrispondenza dell’anniversario rappresentano un momento di riflessione, anche per il vuoto che la sua scomparsa ci ha lasciato.

Chi segue questa rubrica di Pillole Ricossiane sa che cerchiamo di contribuire a tenere vivo il suo pensiero, e forse qualcuno avrà imparato a conoscerlo e ad apprezzarne la statura e lo stile. La sua opera di divulgazione ci mostra l’enorme produzione come elzevirista e saggista di rango, oltre che di brillante editorialista de La Stampa e poi de Il Giornale (è noto come Montanelli rivendicasse per sé la conquista del Ricossa editorialista e polemista).

Ma oltre a questi aspetti più conosciuti, Ricossa fu “semplicemente” fra i maggiori economisti e pensatori italiani del secondo Novecento e dei primi anni del nuovo millennio. Professore di Politica economica e finanziaria presso la facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, Ricossa è stato socio nazionale dell’Accademia dei Lincei e membro della prestigiosa Mont Pèlerin Society, presso la quale fece parte del Board of Directors dal 1976 al 1982, cedendo il posto poco dopo ad un altro importante economista liberista italiano, Antonio Martino. La produzione scientifica di Ricossa annovera opere importati, e molti studiosi sono concordi sul fatto che se i suoi lavori scientifici fossero stati a suo tempo tradotti in inglese e diffusi come meritavano, la fama internazionale di Ricossa avrebbe avuto un ancor più elevato corso.

Al monumentale Dizionario di economia, si affiancano opere come Aspetti attuali della teoria economica neoclassica, oppure anche la poderosa critica al modello di Piero Sraffa che poterà al volume Teoria unificata del valore, in cui il problema economico centrale della definizione del valore si risolve nel ricondurre le teorie del valore fornite dalle diverse scuole ad un solo modello teorico. Per arrivare poi all’opera fondamentale dal titolo La fine dell’economia – Saggio sulla perfezione, in cui Ricossa introduce la distinzione tra Perfettisti e Imperfettisti, superando, tra l’altro, le categorie di destra e sinistra e analizzando le conseguenze politiche e le origini storiche, filosofiche e morali del grande sogno che gli antichi nostalgici dell’età dell’oro trasmisero di generazione in generazione fino a Marx, a Keynes e a tanti altri economisti, predicatori e profeti: la fine della necessità economica come premessa per un mondo perfetto!

Nell’introduzione al volume Il coraggio della libertà, Saggi in onore di Sergio Ricossa (Rubbettino, 2022), Alberto Mingardi scrive: “L’opera di Sergio Ricossa, tanto come economista accademico quanto come divulgatore appassionato ed arguto commentatore, ha rivestito e riveste un’enorme importanza per quanti in Italia hanno il coraggio e la tenacia di richiamarsi alla grande tradizione del liberalismo classico. Egli ha saputo insegnarci, in anni in cui il solo non limitarsi a dirsi liberali ma esserlo era una bestemmia, che la libertà di cui ci facciamo promotori ‘non è la libertà dei delinquenti, la licenza, la libertà positiva di far qualcosa agli altri; è la libertà negativa di non subire il potere degli altri, di riuscire a mantenere le proprie scelte ampie il più possibile.
Vivere è scegliere, e il liberalismo è l’ideologia della vita’”.

Nel suo diario del 1944 il giovanissimo Ricossa scriveva: “A scuola non si sceglie la materia preferita, si sceglie il docente preferito, che nel mio caso è il professor Francesco Palazzi. Sono liberista perché lui è liberista, e lui lo è perché libertino, ossia quel che vorrei essere e non sono” (Come si manda in rovina un paese – Rizzoli 1995).

Non si sceglie la materia, si sceglie il docente. Liberisti perché lui era liberista.

Fabrizio Bonali, 7 marzo 2024

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