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Inflazione, cosa deve fare la Bce

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Sembra che la Bce voglia proprio perdere la credibilità rimastale. Gli ultimi dati sull’inflazione europea hanno sancito in modo chiaro il fallimento dei modelli previsionali della Banca Centrale che, seguendo bislacche teorie economiche, prevedevano che l’aumento dei prezzi sarebbe rientrato da solo a causa di un raffreddamento della domanda e senza nessun intervento sui tassi. Così mentre la Federal Reserve annunciava rialzi dei tassi in ogni riunione per il prossimo anno Cristhine Lagarde si rifugiava dietro la parola “flessibilità” e manteneva i tassi di 0,50 per cento negativi contro un +1 per cento di quelli americani.

Mentre la Federal Reserve annunciava la fine dell’acquisto di titoli sul mercato e la riduzione del bilancio la Bce continuerà a comprare circa 40 miliardi di titoli di stato al mese sino a luglio, una politica iper espansiva che non si concilia minimante con un’inflazione al 8,1%. Ringraziano gli Stati europei che continuano ad indebitarsi a tassi più alti ma pur sempre contenuti rispetto a quelli che avrebbero se fosse implementata una politica monetaria più restrittiva.

In sostanza la Bce sta, ancora una volta, drogando il mercato. Lo ha fatto ripetutamente negli ultimi dieci anni a partire dal famoso “whatever it takes” che aprì la stampa illimitata di denaro, per un decennio la spinta inflattiva è stata contenuta da una bassa crescita di alcuni paesi europei e da un costo delle materie prime contenuto anche grazie all’iniezione di gas e petrolio russo a basso costo. Ora il denaro immagazzinato nei conti corrente degli europei durante il lockdown ha iniziato a circolare mentre le materie prime seguono il corso delle sanzioni.

La Bce è ferma al centro del ring economico, come un pugile suonato non prende nessuna decisione, non indietreggia e non avanza ma fa solo dei piccoli movimenti laterali. Le previsioni sull’inflazione erano già sbagliate, e di molto, prima della guerra come avevamo segnalato ma ora sfiorano il ridicolo. Il mercato dà ancora qualche chance al pugile suonato non sferrando il colpo decisivo portando l’Euro sotto la parità sul dollaro e tassi sul decennale tedesco superiori al 1,50 per cento, ma di certo osserva l’incapacità a decidere della Banca Centrale e passerà all’attacco se capirà che Lagarde e soci prediligono considerazioni di carattere politico al controllo dell’inflazione.

Una Banca Centrale che si rispetti dovrebbe portare i tassi almeno a zero con un’inflazione che in alcune zone dell’Unione Europea è arrivata al 15 per cento, invece sembra che nella riunione del 9 giugno non succederà niente, i banchieri centrali aspetteranno ancora i dati dell’inflazione di giugno per agire ed iniziare timidamente ad alzare i tassi. Buon per noi penseranno in tanti, invece no più la Bce tarderà a prendere atto dei propri errori più i problemi aumenteranno per tre ordini di motivi:

1. Tassi bassi troppo a lungo con un’inflazione alta influiscono su tassi di cambio provocando una svalutazione della moneta che a sua volta alimenta la spirale inflattiva essendo i prezzi delle commodities quotati in dollari:

2. I titoli di Stato a lungo termine perdono velocemente di valore perché il mercato richiede tassi più alti non avendo certezza della reale volontà delle autorità monetarie di domare l’aumento dei prezzi. Conseguentemente i paesi più indebitati subiscono un ulteriore aggravio dovuto all’aumento dello spread, infatti quanto più i tassi di mercato salgono più il mercato ha paura che non vengano ripagati i titoli;

3. La mancanza di una direttrice di politica monetaria chiara incoraggia aumenti dei prezzi “preventivi” e rivendicazioni salariali crescenti alimentando la spirale inflattiva.

Se la Bce non alzerà i tassi subito dovrà poi correre più delle altre banche centrali per raddrizzare il cambio, far scendere le aspettative d’inflazione e recuperare la credibilità perduta. Il 9 di giugno consiglierei a tutti di pensarci due volte prima di festeggiare un mancato aumento dei tassi.

Antonio Rizzo, 3 giugno 2022