Cronaca

“Influenza record”, svelata la grande bufala

Cambiano le definizioni statistiche, i numeri volano e i media gridano all’emergenza. Ma i dati veri raccontano tutt’altro

influenza Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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C’è una curva rossa che nelle ultime settimane ha fatto più paura dei colpi di tosse: quella del bollettino ufficiale sull’influenza. Sale alta, più alta degli anni passati, e rimbalza subito nei titoli: “Influenza peggiore di sempre”, “Stagione record”, “Boom di contagi”. Lo hanno scritto, con variazioni sul tema, testate generaliste e siti online – dal Corriere a Repubblica.it, fino ai soliti portali che vivono di allarmi sanitari a rotazione.

Peccato che quella curva, presa così com’è, dica molto meno di quanto sembri. E soprattutto non dica ciò che molti media le fanno dire. La domanda giusta non è “perché l’influenza è esplosa?”, ma: cosa stiamo misurando oggi rispetto a ieri? La risposta, che nei servizi televisivi entra raramente, è semplice e poco spettacolare: è cambiata la definizione statistica.

Fino alla scorsa stagione la sorveglianza epidemiologica si basava sulle cosiddette ILI (Influenza-Like Illness). Per finire nel conteggio serviva un quadro clinico piuttosto preciso: febbre elevata, dolori muscolari, sintomi respiratori. Una maglia stretta, pensata per intercettare i casi più tipici e clinicamente rilevanti dell’influenza. Da quest’anno, invece, il sistema registra le ARI (Acute Respiratory Infections). Tradotto: qualsiasi infezione respiratoria a insorgenza acuta. Tosse, mal di gola, raffreddore, anche senza febbre importante. Una categoria molto più larga, che ingloba una quantità di disturbi stagionali lievi che con l’influenza “classica” hanno poco a che fare.

Qui sta il punto, ed è un punto metodologico, non ideologico: confrontare i dati ARI di oggi con le ILI degli anni passati non è un confronto omogeneo. È come cambiare il metro di misura e poi stupirsi se il numero cresce. La rete è stata allargata, ed è normale che il pescato aumenti. Ma questo non significa che il mare sia improvvisamente più pericoloso. E infatti, quando si smette di fissare l’altezza della curva e si guardano gli indicatori che contano davvero – ospedalizzazioni, accessi in terapia intensiva, complicanze gravi – non emerge alcuna anomalia clamorosa rispetto alle stagioni precedenti. È lì che si misura la severità reale di un’ondata influenzale, non nel conteggio indistinto di chi ha il naso chiuso.

Questo aspetto era chiaro già prima che i grafici diventassero virali, semplicemente leggendo protocolli e metodologie. Perché la scienza, quando fa bene il suo mestiere, non si limita a osservare i numeri: analizza come quei numeri vengono costruiti. Un dettaglio che però non si presta a titoli urlati né a thumbnail allarmistiche. Il risultato è l’ennesimo corto circuito informativo: un cambiamento tecnico diventa un’emergenza percepita, una scelta statistica si trasforma in “influenza record”. Non per malafede, nella maggior parte dei casi, ma per quella miscela ormai strutturale di fretta, semplificazione e bisogno di dramma.

Chiarire questo non significa minimizzare l’importanza dell’influenza stagionale, né invitare alla leggerezza. Significa esattamente il contrario: prendere la salute sul serio, trattando i dati con rigore e non come materiale narrativo da spingere sui social. I numeri restano il nostro miglior strumento. Ma solo se li leggiamo per quello che sono, non per quello che fa più clic.

Pietro Danieli, 5 gennaio 2026

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