La questione della ennesima tassazione degli extra-profitti delle banche e delle assicurazioni, che per tacitare la recalcitrante Forza Italia è stata semanticamente trasformata in contributo volontario, conferma che siamo lontani anni luce dall’Argentina di Javier Milei, laddove si sta sperimentando una autentica ricetta liberista senza il neo.
Ora senza entrare nei complicatissimi dettagli con i quali nel corso di tre anni si prevede di spremere dalle odiate banche ben 11 miliardi in più, considerando che già sul piano delle imposte ordinarie le stesse banche subiscono aliquote maggiorate rispetto a tutte le altre società di capitali, l’impressione è la stessa che si ha sin dai tempi della prima Repubblica; ossia che ad ogni manovra finanziaria, onde evitare di perdere consensi, anziché tagliare in modo significativo la spesa corrente, si tende a raschiare il fondo del barile, sperando che il nostro proverbiale stellone prima o poi venga a soccorrerci.
In merito al questo presunto “contributo volontario”, che non pare essere stato molto apprezzato dall’intero settore finanziario, mi sono sembrate piuttosto significative le parole di Matteo Salvini, il principale sostenitore della misura: “Le banche quest’anno chiuderanno con profitti per oltre 50 miliardi di euro, se ne guadagneranno ‘solo’ 45… penso che sia una cosa utile anche per gli anni a venire. In un momento di difficoltà di più chi ha di più deve dare di più, non è un esproprio proletario“.
Una cosa utile per gli anni venire, ritiene il gran capo del Carroccio? Quindi l’idea che sia lo Stato leviatano a stabilire un tetto “ragionevole” ai redditi di qualunque soggetto economico rappresenterebbe un paradigma a cui attenersi in futuro?
Ebbene, da liberale considero tutto ciò agghiacciante, soprattutto se ad esprimerlo è un politico di destra che sostiene di apprezzare Donald Trump, il quale nel suo Paese sta facendo esattamente il contrario, con una riduzione significativa delle imposte anche per i redditi molto alti, compresi quelli delle grandi corporation.
Ora, nel concreto, oltre a violare il principio costituzionale che dovrebbe impedire la retroattività dell’imposizione fiscale – retroattività di fatto sancita con l’idea balzana degli extraprofitti – , simili misure draconiane si scontrano inevitabilmente con la più classica eterogenesi dei fini. In sostanza, cosa che in parte sta già accadendo in borsa, i titoli del settore finanziario tenderanno a scontare il provvedimento sui listini, distribuendo dividenti ridotti agli azionisti, con evidenti ripercussioni negative dal lato del gettito legato al prelievo sul capital gain. Inoltre, come sempre avvenuto in questi casi, le banche e le assicurazioni cercheranno di scaricare sui propri clienti parte del carico fiscale aggiuntivo, realizzando ciò che gli economisti chiamano traslazione d’imposta.
D’altro canto, soprattutto a fronte della sostenibilità, per ora dormiente, del nostro colossale debito pubblico, se si ha il terrore elettorale di intaccare il pozzo senza fondo della spesa corrente (cosa che andrebbe semmai fatta all’inizio di ogni legislatura, mentre ora è chiaramente troppo tardi), onde ridurre in modo razionale una pressione fiscale eccessiva per tutti, l’unica strada che resta è quella infernale delle nuove tasse, o contributi volontari che dir si voglia.
Claudio Romiti, 18 ottobre 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


