In molti ricorderanno la tragica vicenda di Iryna Zarutska, la ventitreenne ucraina fuggita dalla guerra che il 22 agosto scorso è stata uccisa a coltellate su un treno della Blue Line a Charlotte, nella Carolina del Nord. La giovane rifugiata, seduta tranquillamente e totalmente indifesa, è stata brutalmente aggredita alle spalle da Decarlos Dejuan Brown Jr, 34 anni, uomo che vantava già un lungo curriculum di arresti e una diagnosi di schizofrenia.
Un fendente inaspettato e senza alcun motivo, sferrato al collo e che ha reciso la giugulare, mentre i passeggeri intorno fingevano di non vedere e si giravano dall’altra parte anche persino quando il sangue ha iniziato a grondare dalla gola della ragazza. Il video di sorveglianza mostra Brown che si allontana con calma, mormorando parole in merito al colore della pelle della vittima. Iryna è poi morta dissanguata sul posto. Nessun movente personale: solo un assurdo caso di violenza omicida gratuita in pubblico.
Oggi, aprile 2026, una notizia assurda riapre questa ferita: l’assassino non sarà processato. Un ospedale lo ha dichiarato non in grado di intendere e volere e il tribunale ha dunque rinviato l’udienza di sei mesi. L’omicidio resta (e probabilmente resterà) impunito. Non c’è condanna, non c’è giustizia certa per una ragazza che aveva attraversato l’oceano cercando un po’ di tranquillità. E tutti fanno finta di nulla.
Riavvolgendo il nastro infatti si può avere contezza di come questo omicidio sia sempre stato ostracizzato mediaticamente. Sin dalle ore successive all’accoltellamento, pochissime testate hanno deciso di parlarne: la vicenda è infatti esplosa solo grazie ai social (dove sono stati diffusi i video delle telecamere di sicurezza della metro) e all’intervento dell’amministrazione Trump. Solo allora i media mainstream nazionali e internazionali hanno iniziato a dedicare qualche pagina.
Prima invece un ipocrita silenzio: dopotutto una giovane ucraina bianca, bionda, accoltellata in pubblico senza che nessuno intervenisse è un’immagine troppo scomoda per il racconto mistificatorio della realtà che l’Occidente sta vivendo. E c’è qualcosa di ancor più triste: i tanti murales dedicati a Iryna (apparsi a New York, Chicago, Providence e altre città) vengono sistematicamente imbrattati o rimossi.
A Manhattan qualcuno ha scritto “PLEASE VANDALIZE THIS” sul volto della ragazza. A Providence l’opera è stata cancellata per “divisività”. In altri casi, artisti e attivisti locali hanno protestato perché i murales erano associati a messaggi repressivi o a slogan conservatori. Persino il ricordo di una giovane ragazza viene ormai dipinto come un atto pericoloso e socialmente poco conciliante.
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Eppure quando George Floyd morì nel 2020 sotto il ginocchio di un poliziotto il mondo si fermò. Manifestazioni globali, Black Lives Matter, sportivi prostrati in segno di ricordo, persino statue abbattute. Un caso certamente tragico ma trasformato nel simbolo di un sistema razzista da smantellare. Invece una donna bianca, europea, scappata dalla guerra, uccisa da un uomo con precedenti penali in un contesto di degrado urbano non merita altro che silenzio, poi fastidio (perché la storia è venuta a galla) e infine oblio?
E a tutto ciò, da qualche ora, si aggiunge l’ennesima beffa. L’omicida eviterà nuovamente il carcere per infermità mentale, ovvero lo stesso motivo per il quale non è stato condannato in precedenza. E così, inesorabilmente, si rimarrà col timore di dover parlare di un’altra Iryna, e poi di un’altra ancora.
Alessandro Bonelli, 13 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


