
Dopo l’attacco iraniano che nella serata di venerdì ha colpito il territorio israeliano provocando tre vittime e oltre ottanta feriti, la tensione in Medio Oriente è tornata a livelli altissimi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l’aviazione dello Stato ebraico è pronta a “sorvolare i cieli di Teheran” e a colpire “ogni sito e ogni obiettivo del regime degli Ayatollah”. “Teheran brucerà se continuerà a lanciare missili”, ha rincarato il ministro della Difesa Israel Katz, mentre l’Idf – le Forze di difesa israeliane – ha confermato che l’Iran è ormai divenuto “il principale campo di battaglia” per Israele, relegando Gaza a teatro “secondario”, pur ribadendo che la priorità resta la liberazione degli ostaggi “nel più breve tempo possibile”.
Secondo fonti israeliane, nei raid degli ultimi giorni sarebbero stati uccisi almeno venti alti comandanti militari iraniani. Gli attacchi avrebbero colpito anche un’area sensibile nei pressi della residenza della Guida Suprema, Ali Khamenei, nonché il complesso presidenziale. Nel pieno della crisi, Netanyahu ha affermato che l’operazione militare in corso ha il “pieno sostegno” del presidente statunitense Donald Trump. In un messaggio di auguri inviato al tycoon per il suo 79° compleanno, il premier israeliano ha sottolineato: “Il nostro nemico è il vostro nemico. Ci troviamo davanti a una minaccia che, prima o poi, riguarderà tutti. La nostra vittoria sarà anche la vostra”.
Sul fronte diplomatico, la questione iraniana è stata al centro di un lungo colloquio telefonico – durato 50 minuti – tra lo stesso Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Il Cremlino ha reso noto che il leader russo ha espresso “ferma condanna” per le operazioni militari israeliane e “profonda preoccupazione” per una possibile escalation, che rischierebbe di avere conseguenze imprevedibili su tutto il quadro mediorientale. Putin ha ribadito la disponibilità della Russia a mediare tra le parti in conflitto.
Intanto, è stato ufficialmente annullato il round di colloqui sul nucleare iraniano previsto domenica in Oman. La notizia è stata confermata dal ministro degli Esteri del Sultanato. A motivare la decisione è stato il capo della diplomazia di Teheran, Abbas Araghchi, secondo cui “i negoziati con Washington non sono giustificabili” alla luce dei raid israeliani, attribuiti al “sostegno diretto degli Stati Uniti”. Una posizione condivisa anche dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha definito “illusoria” l’idea che l’Iran possa prendere parte a trattative “mentre il regime sionista continua a colpire il nostro Paese”.
La risposta militare di Teheran non si è fatta attendere. L’esercito iraniano ha annunciato di essere pronto a lanciare “2.000 missili” contro Israele, minacciando un attacco “venti volte più potente” del precedente. “Le continue aggressioni sioniste – ha avvertito Pezeshkian – saranno accolte con una reazione ancora più dura e decisa”. Teheran ha inoltre messo in guardia Stati Uniti, Regno Unito e Francia dal fornire supporto militare a Israele. Secondo fonti dei media iraniani, l’Iran sarebbe pronto a colpire le basi di questi Paesi nella regione qualora dovessero intervenire a favore di Tel Aviv.
Nel tentativo di riportare la diplomazia al centro, il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto un colloquio telefonico con Pezeshkian, invitandolo a tornare “al più presto” al tavolo dei negoziati sul nucleare. “Un’intesa è l’unico modo per evitare una nuova escalation”, ha dichiarato l’Eliseo. Nel frattempo, il primo ministro britannico Keir Starmer ha fatto sapere di aver ordinato lo spostamento di risorse militari nella regione, inclusi velivoli da combattimento.
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Nonostante la sicurezza esternata, il regime iraniano traballa. È ancora presto per parlare di regime change, ma l’offensiva di Israele potrebbe tracciare un solco. L’azione dello Stato ebraico è mirata a colpire le strutture del potere teocratico iraniano. Nel mirino non solo il programma nucleare, ma direttamente il cuore della Repubblica islamica. A fare la differenza questa volta potrebbe essere l’insofferenza delle élite iraniane, tale da “favorire” il Mossad nell’eliminazione di diversi vertici delle forze armate. Insomma, c’è chi scommette sulla fine del potere teocratico.
Certo, bisognerebbe anche tener conto del possibile scenario caotico nel post-ayatollah, ma è impossibile non porre l’accento sulle fragilità interna di Teheran. Dopo le proteste del 2022 seguite alla morte di Mahsa Amini, la Repubblica islamica ha dovuto fronteggiare una crisi di consenso profonda, repressa con migliaia di arresti e centinaia di morti. La rabbia popolare non si è spenta. Al contrario, le nuove umiliazioni militari rischiano di riattivare il dissenso. In più sembrerebbe più debole la capacità dell’Iran di influenzare l’area.
Al momento è impossibile fare previsioni. La caduta del regime è un’ipotesi, così come il ritorno dell’Iran a piena capacità offensiva, con la minaccia concreta di nuovi conflitti regionali. Seguiranno aggiornamenti…
Franco Lodige, 15 giugno 2025
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