Cronaca

La barbarie della carcerazione preventiva? Leggete questa storia (dimenticata)

La cronaca ci costringe a interrogarci sul senso della custodia cautelare e sul confine tra sospetto e colpa

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Mentre prosegue l’offensiva politico-mediatica contro la Svizzera, arriva un’altra perla, per così dire, del nostro straordinario sistema giudiziario: il terzo rigetto consecutivo, da parte del Tribunale del Riesame di Rimini, della richiesta di scarcerazione presentata dai legali di Louis Dassilva, metalmeccanico senegalese unico imputato per l’omicidio della 78enne Pierina Paganelli. Sulla base di quanto emerso in oltre due anni – il delitto avvenne il 3 ottobre del 2023 – appare quanto meno surreale che, sulla base di zero prove e di una sola testimonianza sospetta – in quanto modificata radicalmente 17 mesi dopo l’omicidio – , nonostante un anno e mezzo passato dietro le sbarre, i giudici abbiano deciso di prolungare una custodia cautelare in carcere la quale, a questo punto, rappresenta un inaccettabile anticipo di pena.

Personalmente, al pari di molti giuristi che non appartengono al partito manettaro, considero questa ben poco edificante tradizione italiana, che raggiunse l’apice con gli arresti di Enzo Tortora, mostrato al pubblico rigorosamente ammanettato, una vera e propria barbarie giuridica; almeno nei casi estremamente dubbi come quello in oggetto.

In estrema sintesi, la cosiddetta supertestimone, che ebbe una lunga relazione con l’imputato, cambiò “stranamente” versione, collocando il Dassilva nel luogo del delitto la mattina successiva – quando per 17 mesi raccontò che quest’ultimo la raggiunse dopo che lei trovò il corpo della suocera – allorquando cadde quella che secondo i media colpevolisti era la prova regina; ovvero una figura maschile ripresa da una videocamera posta nelle vicinanze del luogo del crimine, e che per la Procura appariva compatibile con la sagoma del Dassilva.

Ebbene, appurato che il soggetto, che poi si riconobbe nell’immagine, fosse più basso del senegalese di circa 20 centimetri, Tutti si aspettavano che quest’ultimo venisse rapidamente scarcerato. E invece, colpo di scena, la sua ex amante ritratta, raccontando che sarebbe stato lui a far ritrovare il corpo della vittima. Questo, evidentemente, avrebbe ridato forza alle accuse e convinto i giudici del Riesame a tenerlo ancora nelle patrie galere, sebbene sia nel garage in cui è avvenuto il delitto e sia sul corpo della povera Pierina non sia stata rinvenuta alcuna traccia del suo passaggio.

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Quindi, malgrado qualcuno ancora oggi tenda a ragionare nei termini dettati dal buon senso, secondo cui, in assenza di altre prove, la parola di un unico testimone d’accusa varrebbe esattamente come quella contraria dell’accusato, per il nostro impagabile sistema giudiziario, che tutto il mondo ci invidia, non è esattamente così.

Tanto che, per fare un esempio calzante, il marito di Roberta Ragusa, scomparsa nel gennaio del 2012 e di cui non fu mai rinvenuto il corpo, si è preso 20 anni di carcere sulla base della testimonianza di un giostraio di etnia sinti, con problemi di droga e qualche precedente penale, il quale dichiarò agli inquirenti, a quasi un anno dalla scomparsa, di aver visto di notte, ad una certa distanza, nei pressi della casa di Logli una coppia litigare in modo molto acceso. Ciò e bastato, oltre allo stigma mediatico di aver tradito la moglie con una sua dipendente, per convincere i giudici a condannarlo.

Quindi, c’è poco da stupirsi se l’Italia ritira il nostro ambasciatore dalla Svizzera, il cui sistema consente ad un indagato di restare in libertà fino alla condanna definitiva, per non aver immediatamente ingabbiato Jessica e Jacques Moretti. Qui da noi la giustizia è una cosa seria, visto che siamo in testa alla classifica occidentale delle ingiuste detenzioni, con circa mille casi all’anno. Mica bruscolini.

Claudio Romiti, 3 febbraio 2026

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