Società

“La battuta su Gaza doveva evitarla”. Vogliono già zittire Checco Zalone

Il comico torna al cinema con un nuovo film "Buen Camino". E chi ha visto l'anteprima boccia due battute: "Ce le saremmo risparmiate". Che palle

Checco Zalone
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Diceva Montanelli che in Italia tutto ti perdonano fuorché il successo ed era vero, resta è vero, ma fino a un certo punto e con le dovute riserve: sicuro che finché sei un outsider stai simpatico, che l’intellighenzia assai poco intelligente ti premia per premiarsi, questo qui voi non l’avete ancora scoperto, ancora capito ma io si, io pesco nel mare dell’antagonismo culturale, mica nel conformismo mainstream, poi, appena l’insospettato diventa qualcuno, lo stesso provincialismo intellettualoide lo scarica, voi credete di averlo capito, ma era meglio prima e io l’ho capito prima di voi. Salvo, ecco l’eccezione, che sia uno di sinistra e resti di sinistra.

Allora l’intellighenzia si riscopre servile, complice, non vede i tramonti, i tracolli, esalta il presente misero in nome del passato più o meno radioso, un nome a caso: Benigni, che di sinistra non ha (più) niente ma di ossequiente al potere tutto, dal pontefice cattolico a quello laico, Mattarella. O meglio, il suo essere di sinistra è quello. Un altro esempio potrebbe essere l’imbrattatavole Zerocalcare che vale niente ma finché si schiera a fianco dei compagni di Askatasuna, fiancheggiatori di Hamas e del terrorismo nostrano, resta genio ribelle. Chi di quella risma non è, sconta il successo come diceva Montanelli e il caso classico qui è Checco Zalone del quale neanche è uscito il film nuovo che già lo segano, con l’aria di apprezzarlo, più precisamente giustificarlo, ancora più chirurgicamente tollerarlo.

Se ne incarica Repubblica la greca, con un paio di interventi critici che di critico hanno poco, tirano via, di malmostoso abbastanza: “Checco è un avatar, una maschera”, tanto per viaggiare sull’ovvio dei popoli, “uno che in teatro fa sentir male dalle risate, un uomo di acuminata intelligenza”, bontà dei Crespi e delle Finos; e allora? Allora no, non va, il film imminente “Buen camino” non funziona, e ci può stare, figurarsi, ma perché non funziona? Questo si capisce meno, gli augusti recensori neoellenistici si tengono sul vago, “sì ride? Risposta impossibile, perché il riso è soggettivo e ognuno ride a modo suo”. Signora mia, a me la morosa di mio figlio non piace, ma se piace a lui…

La battuta sotto accusa

Mentre Zalone parla con due agenti delle forze dell’ordine del compagno della sua ex moglie, un intellettuale palestinese interpretato da Hossein Taheri, dice: “È l’unico palestinese che occupa un territorio a Gaza, gaza mia”.

Insomma a Repubblica il nuovo Zalone non fa ridere e quindi pollice verso, però nella democrazia umoristica, nella tolleranza inclusiva del giudizio: è bravo ma, fidatevi, fa cagare. Sì ma perché? Beh, per ragioni di soggettivismo oggettivista, chiarissime, marmoree: “Il cinema è il mezzo che meno si addice alla sua comicità”; “Il film ha avuto una campagna promozionale a dir poco sconcertante”, e siamo sempre a navigare nella nebbia del valore; un po’ di più si scorge nell’analisi caricaturale, cioè il protagonista è un ricco di quelli che a Repubblica stanno sui coglioni, al netto dello yacht sul quale svacanzare da clientes: eh, sì, perché qui Checco il panfilo ce l’ha davvero oltre a sei Ferrari, la villa in Sardegna, l’amante messicana di 25 anni e un sacco di altre cose cafone che lo rendono così simile a Berlusconi o a un tycoon. Greco.

Ma non basta: Zalone, avendo fatto i soldi, si è ammorbidito e vuole andar d’accordo con tutti, vuole durare e quindi si redime, manda si direbbe messaggi punitivi tipici di certo buonismo maligno cattolico: il nababbo di merda subisce un accidente mistico e uno prostatico. Ma ai bon vivant alternativi di Rep non basta, conversione troppo scontata, repentina, blanda, forse avrebbero preferito una bella metastasi giustiziera e morta lì. Buen camino un cazzo. Solo che si continua a non capire la stroncatura, le ragioni che magari ci saranno pure ma restano non dette, come pretestuose. Finché si arriva allo squarcio di luce che illumina le tenebre della comprensione: “Tra l’altro: le battute su Gaza e Schindler’s list non ci scandalizzano minimamente, siamo convinti che il comico possa ridere su tutto e tutti, da Dio in giù, però ce le saremmo risparmiate, non ci hanno fatto ridere, appunto: ma qualcun altro, magari, si sbellicherà”. Tra l’altro, due punti.

Da Dio in giù sì, su Gaza no. Questo, ruga ai Rep. Schindler’s list è appena foglia di fico, moralismo inclusivo di facciata, sugli ebrei, i sionisti si martelli pure, anzi si deve, genocidi infami, con le dovute circoncisioni e circonlocuzioni, ma si tiri giù a dovere: il tabù si chiama Gaza e su Gaza non si può, le battute andavano eliminate, risparmiate perché ai conformisti dell’ex gruppo Gedi non piacciono, risultano insopportabili: “qualcun altro si sbellicherà”, per dire la destra fasciomerda, becera, flatulente, che non capisce un cazzo, non ha sense of humor ma solo un istinto fisiologico per il riso, popolano, alla Bombolo.

L’altra razza, la sottorazza degli inferiori genetici, morali, culturali che non hanno da spartire con noi (ex, molto ex) sottili, privilegiati, benestanti, noi coscienza critica del moralismo borghese illuminato, cresciuti con Woody Allen (prima della dannazione metoo), con Keaton, con Nanni, con la Corazzata, noi che sappiamo i limiti e ci inorridiscojo le trovate di grana grossa, come peti a tavola, ma, soprattutto, non tolleriamo – non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo – le sortite su Gaza, che poi magari la Albanese s’incazza, il campo largo si incrina un altro po’ e poi hai visto mai non contengano qualche scandalosa verità. Noi compagni decaduti, in cessione ellenica come una squadra di serie B, non ci rassegniamo, tracciare il solco del buon gusto e del lecito è più forte di noi, anche ridotti come siamo: dei patetici conti Mascetti, passati dall’orso al guinzaglio e alla schiera di servitori allo scantinato giapponese pagato dagli amici. Da Gedi a Gaza, una sola parola: zitto, muto, must die, must die, this Checco must die.

Perché è lecito ridere di Dio purché non si chiami Allah. Questo il livello critico della decaduta Repubblica, che per raccontare un film si attorciglia sulla più scontata e inutile delle questioni: “Si ride?”. E si risponde: no, signora mia, perché a noi non piace, perché siamo tolleranti ma c’è un limite, suvvia, perché non è questione di come è costruito un film ma di una battuta su Gaza. Fa’ una cosa, fai come Einstein, vatti a riprendere un volumetto appena rieditato da Adelphi, è “Chiuso per noia” di Flaiano, le sue acuminate davvero e disperate riflessioni sulla insostenibile pallosità dell’essere di certo milieu cinematografico, di qua e di là dallo schermo, che si preparava con la ricostruzione democratica. Si va dal ’43 dello sbando bellico ai primi anni ’50 dell’impegno militante. È anzitutto una critica ai critici. Non “sembra”, è scritto oggi.

Max Del Papa, 22 dicembre 2025

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