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La bugia di Galli per far vaccinare i bimbi

L’infettivologo sparge la sua dose di terrore mediatico: “La Delta infetta i bambini”

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Mercoledì scorso, durante una puntata di Stasera Italia, condotta da Barbara Palombelli, Massimo Galli ne ha combinata un’altra delle sue. Accolto dagli ospiti in collegamento come una sorta di infallibile vate virale,  l’infettivologo in pensione del Sacco di Milano, sul tema spinoso dei vaccini ai giovanissimi, ha espresso una doppia dose di terrore mediatico. Sentite cosa ha detto in merito al bau bau della variante delta: “Questa dannata variante, che ha preso piede in tutto il Paese e che è diventata assolutamente dominante, ha come caratteristica una grande capacità di infettare anche bambini e adolescenti. Avendo questa capacità, che non aveva ad esempio la variante arrivata per prima, o comunque più diffusa inizialmente in Italia, la 614C, è chiaro che sui grandi numeri essa farà dei morti”. Ergo, secondo l’uomo che non leggeva e non legge i numeri, occorre vaccinare in massa anche i bambini e gli adolescenti.

Ora, il problema è che analizzando le parole di questo novello Savonarola alla luce dell’indagine di sieroprevalenza, realizzata tra la primavera e l’estate del 2020 dal ministero della Salute e dall’Istat,  gli stessi numeri sembrano smentirlo clamorosamente.

Infatti, su un campione piuttosto ampio, da tale indagine si è stimato che fino al periodo citato, quando ancora non vi era traccia della famigerata variante delta, la fascia di età  0/17 anni sfiorava i 200mila casi, rispetto -ad esempio- ai circa 220mila della fascia 18/34 o ai quasi 200mila della fascia 60/69. Inoltre, in rapporto alla popolazione complessiva i bambini e gli adolescenti, con il 2,2% di infettati, risultavano abbastanza in linea con le altre fasce di età, che al massimo raggiungevano il 3,1%. Attualmente, tuttavia, si registra effettivamente un certo aumento dei contagiati più giovani, ma ciò non si è affatto tradotto in una significativa crescita dei casi gravi, che restano del tutto marginali. D’altro canto, quando circolava la prima versione del coronavirus c’era la didattica a distanza e, quindi, il potente veicolo di contagio sempre presente nel settore scolastico non c’era, contrariamente a ciò che accade adesso, con la ripresa a pieno regime dell’attività in presenza, seppur all’insegna di protocolli in gran parte demenziali.