Non sorprende né sconcerta ma deprime la massa di trinariciuti che si abbeverano al verbo di uno Zerocalcare. Ma forse lo sanno, forse condividono la malafede di chi al solito convegno militante mascherato da occasione libresca lamenta che “il terrorismo è associato all’antifascismo”. Associato no, la stessa cosa sì ma nessuno glielo fa notare perché ad ascoltarlo, a interpellarlo, sono quelli che lo condividono e ne traggono rassicurazione, gli Zerocalcare in partibus infidelium non ci vanno, se ne stanno nella comfort zone delle inviate compiacenti, di quelli che se la cantano e se la suonano con le sviolinate retoriche, buttate sul sentimentalismo vitalistico.
Non c’è in questi della società dell’infantilismo ostinato nessun moto rivoluzionario, nessuno scontento sociale serio, reale, la protesta del fumettaro da centro sociale è sfuggente, paracula, tutta nel segno dell’appartenenza, della complicità morale verso il casinismo estetizzante, teppistoide quelli che gli comprano i fumetti, lui è un capitalista di ricca famiglia che fa i soldi con l’anticapitalismo militante. Cosa dice? Niente, ci gira intorno, spreme le frasi senza significato ma dal significante autoappagante, minimizza o mente consapevolmente, dice della repressione dei comportamenti, dei reati “bagatellari”, col linguaggio degli azzeccagarbugli cavillisti e ciancia di un conflitto sociale che non non conosce, che non gli mai appartenuto. Sostiene la compagna Salis, altra privilegiata nata, altra vitalista estetica cui è andata bene, l’ha fatta garantisticamente franca da 4 condanne e un processo per tentato omicidio in Ungheria grazie alle destre europee che lei vorrebbe mettere fuorilegge in fama di fasciste, che fin che lo dice, male non le fa. E si lancia in difesa degli opportunisti climatici che cercano una strada per il paradiso ossia la candidatura coi partiti del massimalismo d’ordine, piccoli aspiranti Ilaria.
“Per qualche latta di vernice sul muro”, minimizza. E non ha alcuna concretezza, nessuna solidità logica, dialettica ciò che sostiene, che denuncia. Terrorismo uguale antifascismo? Proprio così e non per colpa nostra e nemmeno degli antifascisti veri che rischiavano la pelle un secolo fa per liberarsi da una dittatura e da allora sono stati eternizzati, cristallizzati nell’antifascismo permanente e pretestuoso vale a dire ridotti a caricatura dalle fregole del sovversivismo opaco in combutta con lo Stato, con le sue deviazioni, dalle Brigate Rosse alla galassia dei centri sociali foraggiati dei quali il ministro Piantedosi dice: “Preoccupano molto, sono organizzati, saldati con lo stragismo islamista e possono fare danni seri ma abbiamo la situazione sotto controllo”. Speriamo, non sempre ci sembra così, i referendum poi si perdono anche lungo la strada delle buone intenzioni cui non seguono adeguati fatti.
Zerocalcare sa benissimo che non si tratta di 4 latte o bottiglie incendiarie in mano a ragazzini, sa benissimo che gli intrecci terroristici ci sono e sono solidi, sviluppati, sa che l’Italia è una palude di focolai pronti a esplodere. Sa anche che se la Digos va a perquisire la stanza di hotel di Ilaria Salis prima di una manifestazione in cui sono stati promessi disordini, lo fa consapevole che Salis è, per diretta ammissione, per evidente frequentazione, contigua al giro degli Askatasuna che stanno al centro della galassia neoterroristica e adesso sarà pure una rispettabile esponente della partitocrazia europea, ma come fidarsi? Come, se tra l’antagonismo italiano e quello europeo, francese della Jeune Guarde che ha fatto fuori un militante definito fascista a Lione ci sono fili e robusti fili? La solidarietà agli antifà della Jeune Guarde che in Francia stanno in odore di terrorismo è arrivata primariamente da Ilaria Salis e Mimmo Lucano, paleocastristi che vanno a dire ai cubani quanto sono fortunati a patire da 70 anni una dittatura spaventosa.
Zerocalcare nella sua zona rossa blindata può dire le cazzate che vuole riscuotendo pavloviani applausi dei ragazzini in fregola di casinismo, ma sa benissimo che le cose che sostiene non reggono e neppure lui ci crede: quale antagonismo, quale antifascismo in un tempo, in una società dove il benessere conquistato dall’antifascismo democratico e consumistico ha via via lasciato il posto a un intreccio di rivendicazioni a senso unico sempre più ossessive e non trattabili, che il conflitto nasce dalla pura pretesa irragionevole, che l’afflusso incontrollato di disperati e balordi del mondo ha ulteriormente dissestato le garanzie sociali fino a farle scoppiare, che questo millantato conflitto sta in una temperie dove i poveri veri, che pagano per essere sfruttati, non si muovono e in loro vece sono i salvati, i figli delle élite o dei cognomi a devastare a caso? Nel quadro del conflitto che non c’è regnano l’impunità ideologica e il garantismo suicida per cui si va in galera per una parola sgradita ma non per avere squartato, violentato umani e animali e non ci si va in virtù dell’appartenenza etnica o politica, di una totale mancanza di equità per eccesso che sarebbe, quella sì, da combattere e anche duramente.
Ai Calcare le evidenti sperequazioni dei ricchi di sinistra sui poveri senza bandiera non risultano, non li disturbano come non li scompongono le ripetute illegalità di una magistratura ultra ideologizzata che né applica i codici né tutela la società degli uguali. Se rivoluzione s’ha da fare, se proprio non sanno farne a meno questi eterni fanciulli allevati al culto di se stessi, al proprio narcisismo patologico come quel tredicenne che voleva far fuori la professoressa come èlan vital, come capriccioso sfogo narcisistico, esisto solo io e ve lo dimostro (e la sciagurata rispose con una lettera, scusate, assai poco nobile ma molto delirante, di quel donmilanismo fanatico rovinoso, come a dire: più cazzate diciamo e facciamo, e più ce ne vogliono), allora la facessero sul serio la guerra contro i nuovi faraoni che concentrano finanza e politica, hanno chiuso il cerchio dei poteri e fanno guerre commerciali per motivi puramente finanziari quando non personali; dispongono della tecnologia onnipotente del controllo e dello svago che serve a tracciare e a rintontire, a sviare. Vedi caso, questi nuovi faraoni sono per lo più progressisti, sono i padroni dei social e delle tecniche e procedono a schedature cellulari di massa, vedono il male nella tecnologia demoniaca dei rivali, da sconfiggere con la propria, buona, ma identica e decidono come l’umanità ridotta a neo plebe, a nuovo schiavismo deve e non deve vivere.
Ma questa rivoluzione la fanno, non la azzardano, la sanno improponibile, lunare, l’uomo incatenato alla tecnica di cui parla Heidegger neanche lo sospettano, si trascinano le loro catene di Jackob Marley e non ci rinunciano neppure per un momento siccome gli servono come strumento esibizionistico, gli servono a filmarsi mentre fanno la guerra al sistema rovinando un van Gogh nella totale comprensione di chi dovrebbe impedirlo. Gli Zerocalcare non si sognano neppure di denunciare la pedofilia globale di Epstein i cui protagonisti coincidono con i demiurghi della pandemia globale, della repressione globale che stava bene agli antagonisti essendo stata decisa dal meglio dell’ultraliberismo tecnocratico; la tecnologia la usano per l’intelligenza artificiale con cui colorano i disegnini, quello del Michele Rech in arte Zerocalcare è fumo negli occhi, è sovversivismo stilistico con le felpe, il cranio rasato e l’aspetto malaticcio e sospetto che maschera una vita agiata, privilegiata.
Per smontare il suo populismo antagonista basterebbe un apologo, sopra le righe, eccessivo, sia chiaro teorico, ma risolutivo. Un’esagerazione per rendere bene l’idea, senza la minima intenzione di istigare alla violenza: se io prendo Zerocalcare e lo pesto con una mano sola, cosa che non avrei alcuna difficoltà a fare perché uno così non è assolutamente in grado di difendersi da solo, neppure di provarci, se gli riempio la faccia vernice rossa, se gli impedisco di muoversi, di viaggiare, se gli metto un ordigno sui binari dove passa il suo treno o lungo la strada dove un’ambulanza lo porta a curarsi un cancro, cosa sono: un attivista o un fascista? Esprimo il mio dissenso nel senso di una violenza soreliana, marxista o pratico un abuso nel segno del fascismo? La risposta non può che essere: dipende, per dire se infierisci su un fascista sei un attivista, se te la prendi con me sei un fascista. Il solito modo rozzo per uscirne, il “contestualizzare” che disvela la cialtronaggine.
Il paternalismo verso i “ragazzini di ultima generazione che non fanno niente di male” nasconde la presunzione leninista di chi pretende di guidare le masse verso la destabilizzazione romantica permanente, cose talmente prive di senso che non ha senso provare a confutarle. Quando uno così si atteggia a pensatore, “mi sembra che sia molto complicato tornare alla complessità”, gli andrebbe riso in faccia: Zerocalcare che parla di complessità? Questo ragazzotto invecchiato tra sommari cartoni animati e sommari studi, benché nell’esclusivissimo liceo Chateaubriand “tra i quartieri pinciano e nomentano”, della rete dei licei francesi nel mondo, sotto la gestione diretta dell’AEFE e la tutela dell’Ambasciata di Francia in Italia? Uno così viene a spiegare la teoria della rivoluzione permanente, del trockijsmo allucinato dall’ebraismo irrisolto, autocolpevolizzante che colpevolizza il mondo, proprio come il don Milani? E come lo fa, coi pennarelli del ribellismo coreografico? I soliti paraculi dai confortevoli natali e la bocca piena di fumo, e quello rimane. Ma se i casinisti da barca a vela, per dirla con l’affarista Manuel Agnelli, applaudono uno come loro, un fumetto vivente che gli dà le idiozie grafiche e semantiche che cercano, è segno che ha ragione lui, almeno nelle ragioni della partita doppia.
Max Del Papa, 30 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


