Cronaca

La climatologa sragiona: il caldo colpa di sessismo e razzismo

L’ambiente è una cosa seria, ma l’ideologia green ormai trasforma il clima in un processo politico permanente

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La tutela dell’ambiente è una cosa seria. Serissima. Non si butta plastica nei fiumi, non si devastano i boschi, non si avvelenano i terreni, non si trattano mari e montagne come pattumiere a cielo aperto. L’ambiente va rispettato, le biodiversità vanno protette, il territorio va curato. Su questo non dovrebbe esserci discussione. Il problema nasce quando dalla difesa dell’ambiente si passa alla predica ideologica. Quando ogni fenomeno naturale diventa colpa dell’uomo occidentale, del capitalismo, dell’industria, dell’automobile, della bistecca, della caldaia, del viaggio in aereo e, ormai, persino del modo in cui la società è organizzata. Il clima non è più clima: diventa un tribunale morale.

Ci raccontano che la CO₂ “inquina” il pianeta. Ma la CO₂ non è un inquinante nel senso classico del termine. È un gas presente in natura, fondamentale per la vita vegetale. Si può discutere del suo impatto sul clima, si può discutere di emissioni, di modelli climatici, di transizione energetica. Ma trasformarla in una specie di veleno assoluto è un’operazione più propagandistica che scientifica. Il caldo e il freddo, nella storia del pianeta, sono sempre stati ciclici. Ci sono state fasi più calde e fasi più fredde, oscillazioni, periodi di espansione e contrazione dei ghiacci, cambiamenti climatici ben prima delle fabbriche, dei Suv e delle centrali a carbone. Grandi scienziati hanno ricordato più volte che il clima è un sistema complesso, non riducibile allo slogan da corteo.

Ma la cosa davvero surreale è un’altra. Secondo la climatologa Friederike Otto, docente all’Imperial College di Londra, intervistata dal Corriere della Sera, il caldo sarebbe anche figlio di sessismo e razzismo. Avete capito bene: non solo emissioni, non solo combustibili fossili, non solo industria. No. Ora il caldo diventa colpa delle “disuguaglianze”, del patriarcato, del razzismo sistemico, della solita lista ideologica buona per ogni stagione. Qui siamo oltre l’ambientalismo. Siamo nel catechismo politico. La tesi è sempre la stessa: il riscaldamento globale sarebbe causato dall’uomo, quindi bisogna smettere di bruciare combustibili fossili, cambiare modello economico, ridurre consumi, produzione, libertà individuali. E adesso scopriamo pure che per ridurre il “climate change” bisogna ridurre le disuguaglianze. Tradotto: la questione climatica diventa la porta d’ingresso per rifare la società da capo, secondo i gusti dell’ideologia dominante.

Non è una boutade, si chiaro. Ecco la sua versione: “L’impatto del cambiamento climatico non è lo stesso per tutti, perché la nostra società non vede tutti vulnerabili allo stesso modo. Nelle ondate di calore le persone più povere, che vivono in case mal isolate, che hanno problemi medici, sono quelle che soffrono di più. E globalmente, quando le ondate di calore o le siccità colpiscono l’agricoltura, di solito sono le donne le prime a mangiare di meno, perché le risorse sono indirizzate verso gli uomini. L’impatto del cambiamento climatico accresce le disuguaglianze in ogni società: la lotta al climate change non funzionerà se non combattiamo la disuguaglianza”.

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Ma che c’entra il caldo con il sessismo? Che c’entra la temperatura con il razzismo? C’entra eccome, se il clima non è più una questione scientifica ma un pretesto politico. Perché quando tutto è “clima”, allora tutto può essere regolato, tassato, vietato, corretto, rieducato. Il punto è questo: dentro certe teorie non c’è solo la preoccupazione per l’ambiente. C’è un progetto politico. C’è l’idea che, in nome del pianeta, si possa mettere mano a tutto: energia, economia, industria, consumi, alimentazione, mobilità, proprietà privata, linguaggio, rapporti sociali. L’ambiente diventa il cavallo di Troia per imporre una visione del mondo. E chi dissente? Negazionista. Retrogrado. Nemico della scienza.

No, cari signori. Difendere l’ambiente non significa accettare qualunque sciocchezza venga pronunciata in nome del clima. Si può amare la natura senza credere che il caldo sia colpa del sessismo. Si può proteggere il territorio senza pensare che la CO₂ sia il demonio. Si può essere favorevoli alla tecnologia pulita senza voler distruggere industria, lavoro e benessere. L’ambientalismo serio pianta alberi, pulisce fiumi, protegge mari, investe in innovazione, cura il territorio. L’ambientalismo ideologico invece produce colpevoli, slogan e divieti. E quando arriva a dirci che il caldo è colpa del razzismo e del sessismo, il sospetto diventa certezza: più che salvare il pianeta, qualcuno vuole rieducare l’umanità.

Massimo Balsamo, 5 giugno 2026

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