Il ministro Giorgetti parla di “emergenza denatalità”. Ma l’unica vera emergenza è l’insostenibilità di un sistema “pubblico” che ha trasformato l’Italia in un luogo dove non conviene più vivere, né lavorare, né tantomeno fare figli. I numeri lo gridano, in 10 anni: -31% di nascite, +1 milione di emigrati, di cui oltre 360mila giovani under 35, spesso laureati, i migliori vanno via. Il 35% dei contribuenti ha più di 65 anni; quelli sotto i 45 sono scesi al 31%. Ogni lavoratore finanzia in modo abnorme un sistema previdenziale che non gli restituirà nulla.
Non si tratta di demografia. Si tratta di fuga razionale da un sistema fallito, il sistema statalista. Il sistema pensionistico a ripartizione (altro frutto marcio dello statalismo) su cui poggia l’INPS e le casse, è un “ponzi legalizzato”: regge finché entrano abbastanza nuovi schiavi fiscali, ed è comunque iniquo e vessatorio. Oggi la base contributiva crolla, e nessuno lo dice chiaramente. Anziché por mano alla grande riforma, si continuano a far entrare solo disperati, nella speranza che diventino “risorse”.
È vero che nei paesi economicamente più liberi al mondo – Svizzera, Singapore, Irlanda, Taiwan, Lussemburgo – i tassi di natalità sono comunque bassi. Ma in quei contesti non vengono distrutte le condizioni materiali per mettere al mondo figli: redditi dignitosi, carichi fiscali sostenibili, servizi efficienti, libertà economica. In Italia, invece, i giovani non solo non fanno figli: scappano. Solo nel 2024 (governo Meloni) sono emigrati oltre 21mila laureati tra i 25 e i 34 anni, +20% rispetto al 2023.
L’OCSE stima che oltre un terzo degli adolescenti italiani oggi intende emigrare. Se chi lavora, studia e produce è sistematicamente penalizzato, non può esistere alcun incentivo alla natalità che tenga. Il governo, anziché blaterare di bonus e incentivi, dovrebbe avere il coraggio di dire la verità: il sistema è morto. Serve immediatamente mettere allo studio una fase transitoria per l’uscita dall’obbligo contributivo verso il PAYG (sistema a ripartizione) e l’introduzione della libertà di scelta previdenziale, attraverso sistemi a capitalizzazione individuale.
È l’unica riforma seria da impostare in questa legislatura, se si vuole ancora parlare di futuro. Tutto il resto è gestione del declino. Lo Stato italiano – che nella migliore delle ipotesi è un male necessario – va ridotto al minimo. Servono tagli senza pietà a tutta la spesa improduttiva. Previdenza, assistenza, sanità pubblica e redistribuzione sono solo macchine elefantiache che generano dipendenza, debito e stagnazione e che alla fine penalizzano tutti. Chi lavora ha diritto a scegliere come costruirsi la vecchiaia.
Lo Stato italiano non ha più alcuna legittimità morale né tecnica per gestire la pensione di nessuno. E finché questo nodo non sarà affrontato, non saranno le culle a svuotarsi, ma il Paese intero.
Andrea Bernaudo, 19 giugno 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI



