La famiglia del bosco, il processo mediatico e la psicologia

A pagare il prezzo di tutta questa ricerca di visibilità saranno quei tre bambini

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famiglia bosc

Siamo tristemente abituati ma in questo caso è inaccettabile si usi la storia di tre bambini, di soli 6 e 8 anni, sfruttati non certo da tutti ma da molti, politici, opinionisti, giornalisti, sia di destra che di sinistra, per ricercare la solita bulimica visibilità.

Destra contro sinistra e sinistra contro destra: in cerca di occasioni al solo fine di sferrare un tiro e fare un punto, dicendo tutto e il contrario di tutto ma sempre giudicando.

E noi psicologi dove siamo?

Credo che la psicologia dovrebbe occuparsi di più di questi schieramenti che trasformato le storie di vita in un ring violento invece che in un dibattito sociale critico e costruttivo. Ma intanto che l’audience di uno fa un picco e quell’altro fa una figuraccia, i tre bambini, ignari del gioco in cui sono loro malgrado finiti, che staranno facendo ora a Vasto? Cosa proveranno? Quanto gli mancherà il loro nido? Quali conseguenze porteranno addosso? Non mi riferisco solo alle conseguenze di ciò che è accaduto, e che non posso conoscere (non li conosco e non ho letto le carte), ma alle conseguenze del solito consumistico tritacarne mediatico disposto a tutto…

Scopriremo un giorno chi aveva ragione e chi torto, se davvero si trattava di una vicenda strumentalizzata, verrà a galla chi ha sbagliato, se ci sono i mostri che si cercano, verranno indicati ancora i buoni e i cattivi, e qualcuno forse cercherà in questa gogna anche una rivincita, ma la mia certezza di oggi è che quel giorno nessuno di chi ha sfruttato la buona occasione mediatica pagherà un prezzo. Lo pagheranno caro quei tre bambini.

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Ma noi psicologi almeno dovremmo sottrarci da questo derby! Casi di attualità che sembrano mostrare il bisogno compulsivo di questa società di schierarsi emotivamente con e contro qualcuno e la ricerca di visibilità come priorità. Così si appiattisce il confronto politico e sociale, fatto spesso di pregiudizi, di frasi fatte e di conflittualità.

Ma ritengo che almeno noi psicologi dovremmo assumerci la responsabilità di un ruolo diverso.

Invece troppo spesso gli psicologi in tv e sui social vogliono apparire, e per farlo usano parole forti, pregiudizi, diagnosi abbozzate. Ma ricordo che gli psicologi non possono fare diagnosi psicologica a chi non è loro paziente, senza un’accurata valutazione, senza un mandato: non possono. Ma alcuni lo fanno, a danno di tutta la categoria professionale che sta perdendo credibilità.

La professione è regolata da norme che impongono di non usare impropriamente gli strumenti diagnostici, di non esprimersi senza aver compiuto una valutazione professionale accurata e normata. È fondamentale il consenso del paziente e il rispetto della tutela psicologica del soggetto, e ogni considerazione diagnostica deve rispettare il segreto professionale.

Fare diagnosi oggi è di moda tra certi psicologi ma etichette sulla personalità di un soggetto, date di pancia, senza un mandato, violano gravemente i principi etici e deontologici della professione, rischiando evidentemente di recare pregiudizio. Lo psicologo dovrebbe rispettare sempre il segreto professionale: non può certo su un palco recitare diagnosi e valutazioni psicologiche su qualcuno. L’uso delle proprie conoscenze non può essere esibito a danno di qualcuno. Ma questa purtroppo è l’era dell’esibirsi.

Dott.ssa Paola Dora, 30 novembre 2025

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