
È partita tra comunicati trionfali, interviste commosse, bandiere sventolate davanti alle telecamere, abbracci struggenti tra Greta Thunberg e Francesca Albanese. Gli organizzatori della Sumud Flotilla, la chic regata umanitaria per Gaza, avevano promesso un atto di coraggio, un gesto concreto di solidarietà. Il risultato, a oggi, è una lunga vacanza che non ha ancora sfiorato nemmeno l’orizzonte dell’Egeo, altro che striscia!
La cronaca è impietosa: giorni in mare senza avanzamenti significativi. Ogni ritardo viene spiegato con problemi tecnici, sfavorevoli condizioni logistiche, scelte strategiche per garantire la sicurezza della missione. La verità, però, è che questa flottiglia assomiglia sempre di più a un’operazione di marketing travestita da missione umanitaria. Un piano che funziona finché resta aperto Instagram, ma che si sfalda non appena si passa alla sostanza.
Gli organizzatori parlano di resistenza pacifica e messaggio simbolico, ma il messaggio che filtra è un altro: paura di rischiare davvero qualcosa che vada oltre i balletti a poppa, trasformazione dell’impegno politico in performance. Troppo facile riempire comunicati di parole altisonanti e farsi fotografare in partenza, salvo poi incagliarsi in un eterno preambolo. Se si decide di sfidare uno stato che si ritiene genocida, lo si fa davvero: si accetta il rischio, si affrontano le conseguenze, si porta avanti fino in fondo l’atto politico. Diversamente, resta solo la liturgia dell’impegno: un rito ad ora inutile, che non consola Gaza e non intimorisce Israele.
Qualcuno prima della partenza disse che c’erano metodi più efficaci per prestare supporto al popolo palestinese, quel qualcuno fu ridicolizzato. Ma chissà che non avesse davvero ragione, visto lo stallo attuale. Il paradosso è che proprio gli organizzatori, che volevano ergersi a paladini della solidarietà internazionale, finiscono col regalare all’opinione pubblica l’immagine opposta: quella di un’iniziativa debole, più preoccupata di autoconservarsi che di realizzare ciò che ha promesso. Invece di incrinare il blocco, rischiano di rafforzarlo, dimostrando che anche le più roboanti campagne di sostegno si spengono da sole, prima ancora di essere fermate. Sul ponte delle navi, tra conferenze improvvisate e dirette streaming, resta l’eco delle promesse non mantenute.
Sicuramente un giorno arriveranno. O magari no. Ma il danno in parte è già fatto: la flottiglia rischia di restare impressa non come atto di coraggio, ma come prova di dilettantismo da influencer. Non come un faro di speranza, ma come simbolo della classica retorica occidentale sterile e flebile che si autoalimenta di proclami e rinvii.
Gli organizzatori volevano scrivere una pagina nuova di resistenza civile. Fino ad ora stanno consegnando all’opinione pubblica un manuale di come l’attivismo, se mal gestito, possa trasformarsi in pantomima.
Alessandro Bonelli, 17 settembre 2025
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