Cronaca

La Flotilla è una polveriera. Il militante rivela: “Forzare il blocco? Non ci avevano detto…”

Il fotoreporter lascia la missione, come tanti altri: "Durante il traning ci avevano detto che non dovevamo entrare nelle acque di Gaza"

flotilla greta gaza
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Diversi attivisti della Global Sumud Flotilla hanno deciso di alzare bandiera bianca. Dopo gli avvertimenti del governo, dopo il “no” alla mediazione per consegnare i viveri a Gaza, dopo l’ostinazione a voler forzare il blocco navale, molti hanno lasciato la missione. Non sono ripartiti da Creta alla volta della Striscia e torneranno a casa.

In queste ore sono mancate le tensioni. Le aveva raccontate il Manifesto il giorno dopo la decisione, presa dal comitato direttivo, di non ascoltare l’appello di Sergio Mattarella. Serpeggiava tra coloro i quali si sono imbarcati la “sorpresa” di aver scoperto solo una volta in mezzo al mare che il principale obiettivo della missione non era tanto portare i viveri nella Striscia, quanto forzare il blocco militare e creare un improbabile corridoio umanitario indipendente. Una missione impossibile, oltre che rischiosa. Anzi: estremamente pericolosa, come ha ricordato oggi il ministro Crosetto ai rappresentanti italiani della Flotilla.

Tra quelli che sono scesi c’è anche il fotoreporter fiorentino, Niccolò Celesti. Il motivo? “Non ero più allineato alle idee del comitato direttivo, si erano create troppe divergenze. Non sono l’unico ad essere uscito, molti la pensano come me e sono venuti via”. Poi certo: questo non vuol dire che non crede nella missione, ma le tensioni ormai sono evidenti. Divergenze non da poco. “Prima di partire, durante i training a Catania, ci era stato chiaramente detto che l’obiettivo non era quello di entrare nelle acque territoriali di Gaza, che sarebbero palestinesi anche se sono controllate da Israele. Sono state divergenze ma con lo stesso obiettivo finale, aiutare il popolo palestinese. Io sono pronto a rischiare l’arresto, le difficoltà e i pericoli, ma non a rischiare la vita senza un’analisi seria delle modalità con cui si arriva a quella capitolazione, senza una reale possibilità di successo per Gaza, e senza una strategia concreta per proteggere la vita dei volontari e delle persone coinvolte in questo progetto”.

Una sconfessione su tutta la linea. Eppure la Flotilla, dopo aver rifiutato la mediazione del Patriarcato Latino di Gerusalemme, va spiegando da giorni che il vero obiettivo, quello principale, è sempre stato rompere l’assedio militare di Israele e non tanto portare i viveri. Ma è davvero così? “Era uno slogan, a noi avevano detto che l’obiettivo era smuovere le coscienze del mondo attraverso questa sorta di azione provocatoria e restare in acque internazionali, ovviamente il più vicino possibile a Gaza. Certo, non mi aspettavo di farmi una vacanza, il rischio era quello di un eventuale arresto in acque internazionali, sapevamo che Israele avrebbe fatto interventi sulle barche, ma la linea rossa era ed è quella di non entrare nelle acque israeliane e nelle acque controllate da Israele perché anche se non riconosciamo la sovranità di Israele in quelle acque, purtroppo in quel mare la legge internazionale non funziona e quindi significa andare a mettersi nelle mani di un esercito che sta compiendo un genocidio, e non credo abbia molto senso”.

La scoperta che l’obiettivo sarebbe stato un altro, il fotografo l’ha fatta navigando. “Se il ministero della difesa e il presidente della Repubblica ti dicono di trattare per vie diplomatiche perché non possono garantire la nostra incolumità, non possiamo non dare loro credito, significa che il rischio è reale. Queste parole hanno influito perché per me trovare una soluzione deve includere ancora tutte le possibili strade, anche quelle diplomatiche”.

La verità, appunto, è che adesso il rischio è che “possa scapparci il morto”. “Anche ammesso che si riuscisse a rompere il blocco ed entrare nelle acque di Gaza – ragiona il fotoreporter – la distribuzione degli aiuti – che sarebbero comunque in quantità limitata – rischierebbe di trasformarsi in un bagno di sangue, per noi e per i civili palestinesi dato che lo sbarco degli aiuti potrebbe trasformarsi in un caos. E credo che tutti sappiano quanto questa possibilità sia, di fatto, irrealizzabile”. Insomma: va bene la missione, va bene il messaggio, ma bisogna evitare di “andarsi a cercare il massacro”.

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