Diversi anni fa, rivolsi pubblicamente alcune critiche nei confronti del rigore gerarchico interno dell’Arma dei Carabinieri. Contestai episodi di eccesso di severità e di anacronistica rigidità disciplinare che, in alcuni casi, facevano apparire quasi paradossale continuare a parlare dell’Arma come di quella “grande famiglia” che veniva tradizionalmente evocata – e insegnata – fin dai primi passi della formazione.
In talune occasioni, la comprensione umana sembrava accantonata nelle relazioni gerarchiche e i militari apparivano schiacciati da una disciplina percepita come sproporzionata e talvolta più attenta alla forma che alla persona.
Nella mia attività professionale, mi imbattevo in carabinieri che mi confessavano di temere più i superiori che i rischi connessi al servizio prestato. In quel contesto, arrivai a proporre, in maniera provocatoria, la smilitarizzazione dell’Arma e una sua confluenza nella Polizia di Stato come possibile via per superare rigidità che apparivano ormai strutturali.
A distanza di anni da quelle riflessioni, è doveroso riconoscere che molte cose sono cambiate. Negli ultimi anni, soprattutto sotto la guida degli ultimi due Comandanti generali, l’Arma ha intrapreso un percorso di modernizzazione e di rinnovata vicinanza ai propri uomini.
Il generale Teo Luzi, in particolare, ha saputo gestire con intelligenza e diplomazia l’avvento dei sindacati militari: un passaggio storico delicatissimo, che avrebbe potuto lacerare l’assetto interno, ma che è stato affrontato con dialogo, trasparenza e capacità di ascolto.
Mi colpì inoltre una sua affermazione pubblica tanto semplice quanto inedita: il rilievo esplicito che gli operatori di strada, per i rischi che affrontano ogni giorno, sono retribuiti e considerati in maniera troppo modesta. Parole che, fino a poco tempo prima, nessun vertice aveva mai pronunciato con tale chiarezza.
Con l’attuale Comandante generale, Salvatore Luongo, questo percorso si è ulteriormente consolidato. La solidarietà manifestata pubblicamente verso i carabinieri indagati per l’uso del taser – episodio senza precedenti nella storia recente dell’Arma – l’accantonamento di simboli ormai anacronistici come la bandoliera, l’introduzione di uniformi più funzionali come le polo e, da ultimo, l’invito rivolto ai carabinieri a “raccontare” il proprio lavoro anche sui social network, hanno contribuito a restituire all’Arma un volto più moderno, più umano e più vicino a chi la vive dall’interno.
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Questa rinnovata sensazione di appartenenza a una grande famiglia non è soltanto un’espressione suggestiva o retorica. È un dato concreto che riscontro quotidianamente anche nella mia attività di difensore di militari: i carabinieri lavorano meglio, affrontano il servizio con maggiore serenità ed entusiasmo e hanno ritrovato l’orgoglio di essere carabinieri che, per un certo periodo, sembrava essersi affievolito.
Sentirsi parte di una vera famiglia professionale rende il servizio non solo un dovere imposto, ma una missione condivisa, vissuta con maggiore fiducia, dignità e consapevolezza del valore della divisa che si indossa.
La famiglia dell’Arma è tornata e, seppur dall’esterno, sono fiero di farne parte.
Giorgio Carta, 29 dicembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


