La guerra dei trojan tra Roma e Parigi. Secondo alcuni rilievi investigativi, il primo malware inoculato nel telefono di Franco Gaetano Caltagirone — tra i protagonisti, insieme a Delfin-Milleri, della scalata a Mediobanca — sarebbe di matrice francese. Attivato molto prima che la Procura di Milano inserisse il proprio captatore, per inseguire l’ipotesi di un presunto “patto occulto” sull’asse Mediobanca–Mps con sullo sfondo Generali. Una circostanza anomala, certo. Ma non sorprendente per chi conosce i reali rapporti di forza che gravitano attorno al Leone di Trieste, indicato dalla stessa Procura come suggello finale dell’operazione Mediobanca. Un’operazione seguita, logicamente, anche dal capo di gabinetto di Palazzo Chigi, Gaetano Caputi, e ovviamente dall’ad di Mps, Luigi Lovaglio.
Generali non è solo una compagnia assicurativa: è la cassaforte strategica del Paese. E su questa cassaforte Parigi non ha mai mollato la presa. Francesco Micheli, “capitalista riluttante” e uno dei pochissimi ad aver incrociato a viso aperto Enrico Cuccia, lo ripete da anni, con la calma di chi non parla per suggestioni: il sistema francese difficilmente arretrerà su Generali. Tra i primi a tessere questo legame fu Guido Rossi. Un filo rosso che da Antoine Bernheim arrivava a Vincent Bolloré, dai salotti parigini della finanza fino alle retrovie del Leone triestino. Padre delle leggi italiane sull’antitrust e delle scalate societarie – di cui è stato ora arbitro ora king-maker – Rossi non fu soltanto presidente della Consob: divenne il perno silenzioso del capitalismo relazionale italiano e un riferimento stabile per la Procura di Milano, in particolare per Francesco Greco. Attorno al giurista ruotavano dossier, strategie difensive e offensive. E mentre il Paese guardava altrove, quel ponte con Parigi diventava strutturale.
Un ponte sul quale, nel tempo, transitano nomi di primissimo piano: la triade consociativa composta da Romano Prodi, Mario Draghi ed Enrico Letta; l’evanescente Franco Bassanini; fino al transfugo Sandro Gozi “cocchetto” di Macron, arrivato persino a farsi eleggere nelle sue liste al Parlamento Europeo. Ma il vero garante di ultima istanza dei rapporti tra Italia e Francia resta il Colle. Sergio Mattarella ha fortemente voluto il Trattato del Quirinale, lo ha difeso a spada tratta da chi — come Giorgia Meloni — lo considera una cornice svuotata.
Fortissime sono anche le connessioni francesi con alcune articolazioni vaticane, come la Comunità di Sant’Egidio. I suoi vertici, Andrea Riccardi e Mario Giro, intrattengono da tempo un rapporto di osmosi con il Quirinale, alimentando quel sistema di relazioni parallele che spesso anticipa o accompagna le scelte formali della politica. Lo strapotere francese, oltre che attraverso la ex Fiat e sulla dipendenza energetica, si è consolidato sulla finanza italiana con la Mediobanca di Alberto Nagel, che per anni, oltre a mal gestire Piazzetta Cuccia, ha frenato la crescita di Generali evitando — dicono i maligni — di disturbare gli interessi d’Oltralpe nel mondo delle assicurazioni. Poi arriva il colpo da maestri: Amundi, gigante parigino del risparmio, si prende Pioneer da UniCredit per 3,545 miliardi di euro.
A guidare l’operazione è il galletto Jean-Pierre Mustier, mentre il tentativo coraggioso di Matteo Renzi di coinvolgere Poste Italiane, allora guidate da Francesco Caio, evapora rapidamente. Da quel momento Amundi domina il risparmio gestito italiano e l’influenza transalpina si rafforza nei gangli strategici del Paese. Un pezzo d’Italia parla francese da tempo. E lo ha fatto anche dal cuore del sistema, al Tesoro, con un brillante servitore dello Stato come Alessandro Rivera, per anni direttore generale del Tesoro, e un fuoriclasse come Fabrizio Pagani. Al centro della mappa del potere Generali, con circa 860 miliardi di attivi: la vera cassaforte nazionale.
Ed è proprio su Generali che si consuma l’ultimo atto. Dopo – almeno così dicono i bene informati – un confronto riservato con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, Philippe Donnet, amministratore delegato del colosso assicurativo, ha deciso di fermare un’operazione gradita a Parigi, prendendo atto del mutato clima politico a Roma. L’accordo preliminare con BPCE/Natixis — che puntava a creare un “campione europeo” del risparmio da quasi 1,9 trilioni di masse — viene congelato. A pesare sono anche le forti resistenze emerse nel consiglio di amministrazione di Generali, guidate dai tre consiglieri indicati da Caltagirone: Marina Brogi, Fabrizio Palermo e Flavio Cattaneo. Donnet si prepara ora ad una ritirata strategica: Parigi preferisce evitare nuove frizioni con Palazzo Chigi, che nel frattempo ha elevato il risparmio a questione di sicurezza nazionale.
Attorno a Generali, fra poco più di dodici mesi, si muoveranno fondi ed establishment francesi. Ma i banchieri italiani – Carlo Messina, Andrea Orcel e Carlo Cimbri – sono pronti a giocare ciascuno la propria partita. O magari, per una volta, a giocarla insieme, nel quadro di una grande finanza italiana che procede pari passu con le aspirazioni di Palazzo Chigi. Questa asimmetria strutturale tra Francia e Italia ha sempre prodotto tensioni evidenti. Ai tempi di Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy lo scontro emerse in modo plateale; oggi il copione si ripete tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni. Migranti, cantieri navali, Africa, Mediterraneo: cambiano i dossier, non la sostanza.
Al netto di questo episodio, l’atlante degli asset strategici italiani parla francese: Crédit Agricole, BNP Paribas, AXA, EDF, Engie, Veolia, Vivendi. Dal latte ai media, dalle banche all’energia alla moda. L’Italia in Francia, invece, resta marginale, tranne che per qualche marchio alimentare, come Ferrero, che hanno tentato di distruggere attraverso dannose regolamentazioni europee. E arriviamo ai giorni nostri. Sull’asse Mps–Mediobanca–Generali, la Procura di Milano ipotizza un “concerto” e si concentra sul ruolo del fondo BlackRock e delle banche d’affari Akros e JP Morgan. La Consob, dopo mesi di verifiche, lo esclude. Se l’autorità tecnica non vede il patto, la domanda è inevitabile: chi ha acceso la miccia? È uno schema già visto: prima il movimento industriale, poi l’attivazione giudiziaria, infine lo storytelling del “patto segreto”.
In un Paese politicamente fragile, la magistratura finisce per diventare una variabile geopolitica per supplenza. La vera questione, però, non sono i trojan né i patti occulti, ma chi governa oggi i confini del potere italiano. Perché se a farlo sono solo i mercati o le procure, o gli incappucciati francesi la crisi non è alle porte. È già sistema.
Luigi Bisignani per Il Tempo 14 dicembre 2025
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