Nel totale disinteresse della stampa europea, e ovviamente italiana (con la sola nostra eccezione), l’Iran non solo sta morendo di sete con il rischio di esaurire entro quattro settimane le riserve idriche delle principali città, inclusa ovviamente Teheran, ma proprio l’acqua è finita al centro di un scontro polemico e – secondo la Repubblica islamica – ispirato a pura propaganda, con il nemico di sempre, Israele.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha inviato ieri un messaggio al popolo iraniano, pochi giorni dopo che il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva messo in guardia contro un uso eccessivo dell’acqua, confessando che il Paese è alle prese con una siccità senza precedenti e potrebbe essere costretto ad affrontare una gravissima crisi idrica. E ciò in tempi brevissimi, il che significa all’inizio del prossimo mese di settembre.
«La sete di acqua in Iran è pari solo alla sete di libertà», ha dichiarato Netanyahu in un video rivolto al popolo iraniano, paragonando il trattamento che il regime riserva ai propri cittadini alla lotta di Israele contro di esso, affermando: «I vostri dittatori vi impongono tirannia e povertà – così come impongono la guerra a noi».
Pur non arrivando a chiedere esplicitamente una rivoluzione o un cambio di regime, il leader israeliano ha offerto un incentivo chiaro agli iraniani per ribellarsi: rimuovere il regime e Israele aiuterà a porre fine alla crisi idrica del Paese.
«Ecco la grande notizia – ha detto – nel momento in cui il vostro Paese sarà libero, i migliori esperti idrici di Israele arriveranno in ogni città iraniana portando tecnologia all’avanguardia e know-how. Aiuteremo l’Iran a riciclare l’acqua; aiuteremo l’Iran a desalinizzare l’acqua». «Israele – ha sottolineato il Premier -ha la tecnologia, le competenze e la volontà di porre fine alla loro crisi idrica, ma che questo aiuto arriverà solo quando l’Iran non sarà più governato dall’attuale regime. È stato un collegamento diretto tra cambiamento politico e miglioramento tangibile della vita quotidiana, riconoscendo le difficoltà giornaliere del popolo iraniano e ponendo al tempo stesso la responsabilità e l’opportunità direttamente nelle loro mani».
La stampa iraniana ha definito il messaggio di Netanyahu «un chiaro segnale politico avvolto in aiuti umanitari». Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, mercoledì, ha deriso l’offerta israeliana affermando: «Un regime che priva la popolazione di Gaza di acqua e cibo dice che porterà acqua in Iran? Un miraggio; null’altro», ha dichiarato.
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Le dichiarazioni dei due leader segnano comunque un passaggio dallo stato di guerra a un confronto politico, che fa leva su una debolezza reale e insuperabile dell’Iran. Difronte a una crisi idrica (già oggi gli approvvigionamenti di acqua potabile sono limitati a poche fasce orario, con una temperatura di oltre 50 gradi e con condizionatori spenti a causa dei blackout nell’erogazione di energia elettrica.
Molte regioni stanno subendo veri e propri black out: in alcune zone l’acqua corrente è mancata fino a tre giorni consecutivi in piena ondata di calore. Ciò ha scatenato proteste diffuse da maggio ad agosto, con slogan come “Acqua, elettricità, vita — un nostro diritto fondamentale”.
E il tema risulta ancora più delicato – come ben ha compreso Israele – e tale da far deflagrare la protesta se si considera che le carenze idriche attuali sono conseguenza di cattiva gestione cronica, corruzione e politiche ambientalmente dannose; nonché di quella che viene chiamata la “mafia dell’acqua” una rete di funzionari e appaltatori (spesso legati ai Pasdaran) che controllano le risorse idriche a scopo di profitto, promuovendo progetti come dighe e trasferimenti idrici che danneggiano ecosistemi e comunità rurali. Con intere regioni rurali abbandonate, pozzi secchi da mesi, e una migrazione sempre più massiccia verso le grandi città, il caos potrebbe avere la meglio con un effetto destabilizzante senza precedenti.
Già nel giugno 2018, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva diffuso un video rivolto direttamente al popolo iraniano offrendo di condividere tecnologie idriche israeliane — come irrigazione a goccia, riciclo delle acque reflue e desalinizzazione — tramite un sito web in lingua farsi incassando ovviamente un “no” di Teheran.
E’ il caso poi di ricordare come negli anni ’60 e ’70 — durante il regno dello Scià — aziende israeliane come Tahal, Mekorot e IDE fossero state invitate a progettare e costruire infrastrutture idriche e sanitarie in Iran, in città come Isfahan, Bandar Abbas e Qazvin.
Israele sa benissimo che la crisi idrica attuale in Iran è di una magnitudo senza precedenti e che il detonatore acqua, sommato ai 21.000 arresti praticati dalla polizia iraniana da giugno a oggi e all’espulsione di 1,5 milioni di immigrati afgani, oggi accampati in veri e propri campi della disperazione, vicino alla fontiera potrebbero innescare una protesta popolare altrettanto senza precedenti.
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