Esteri

Sull’Iran incombe il grande incubo della siccità

Dopo settimane di caldo record, razionata l'energia elettrica, mentre si svuotano i principali bacini idrici del Paese, in primis quelli della capitale Teheran

ali Khamenei iran israele Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Entro il 2030 lo shortfall fra domanda e disponibilità di acqua nel mondo sarà pari al 40%

L’individuazione di risorse alimentari per i 9 miliardi di persone comporterà’ un uso agricolo del 60% delle risorse idriche

Entro il 2025 1,8 miliardi di persone vivranno in aree di totale siccità

Questi dati erano stati  forniti dalle Nazioni unite circa un quinquennio fa ed evidenziavano anche alcune arre di crisi idrica profonda inclusa quella della Cina, complice un inquinamento delle falde e uno spostamento forzoso delle risorse idriche dalle aree monsoniche del sud a quelle delle megalopoli del nord che avrebbe privato di acqua rendendo inevitabile una migrazione di massa dai 300 ai 400 milioni di abitanti, per altro generando una crisi profonda dell’area strategica dal punto di vista alimentare, delle risaie il cui livello di acqua è in costante diminuzione.

Previsioni a dieci, vent’anni di distanza. Ma per alcuni Paesi la crisi idrica è già una realtà, e il fattore acqua potrebbe diventare il driver interpretativo di situazioni e scelte geopolitiche anche estreme. Si. Perché stiamo parlando dell’Iran

Secondo un report pubblica in questi giorni e rilanciato da Africanews, mentre un’ondata di calore spinge le temperature verso i 50 °C, costringendo il governo a decretare la chiusura degli uffici governativi in 16 province, compresa Teheran, al fine di garantire le forniture elettriche, le riserve d’acqua letteralmente in picchiata a causa di infrastrutture in degrado e bacini, in primis quello di Teheran, potrebbero prosciugarsi nel giro di pochi mesi.

L’agenzia meteorologica iraniana ha diramato più di un alert: l’ondata di calore—attiva dalla metà di luglio—durerà almeno altri cinque giorni, con temperature torride destinate a mettere  in ginocchio le infrastrutture elettriche. L’aumento della domanda di condizionamento ha provocato blackout prolungati, con conseguenze drammatiche sulla popolazione

Siccità vicinissima al punto di non ritorno

Teheran sta affrontando il peggior quadro di precipitazioni degli ultimi 60 anni, con un drastico impoverimento dei bacini, con 9 milioni di abitanti e situata ai margini del deserto centrale iraniano, ha ridotto la pressione dell’acqua nelle condutture per allungare le scorte ormai scarse. In particolare la diga Amir Kabir—una fonte idrica cruciale—rischia di svuotarsi entro un paio di settimane seguita a ruota entro settembre dagli altri bacini idrici che servono la capitale.

La crescita della popolazione (da 28 milioni nel 1969 a 92 milioni oggi), l’eccessivo sfruttamento agricolo e una cattiva pianificazione urbana si sommano alle conseguenze della deforestazione, delle sempre più frequenti tempeste di sabbia e all’inquinamento frutto di uno sviluppo incontrollato nonché l’assenza di investimento sulla rete idrica.

Nelle ultime settimane, diverse città hanno subito interruzioni idriche di 48 ore. Le reti elettriche, già fragili, cedono sotto la domanda. Per i residenti che affrontano temperature di 40–50 °C senza elettricità o acqua affidabili, la situazione sta diventando insostenibile.

Con le risorse sempre più limitate, le autorità esortano al risparmio—ma il tempo stringe. Come ha ammesso pubblicamente il Presidente dell’Iran, Masoud  Pezeshkian: «Se non agiamo, non resterà più acqua».

E con oltre 60 conflitti nel mondo in atto proprio per il controllo delle risorse idriche, gli esperti di geo-politica sembrano confermare il loro livello di disattenzione, continuando a guardare il dito e a perdere di vista la montagna.

Il Nilo conteso fra Egitto ed Etiopia

Una seconda notizia allarmante arriva dall’Egitto dove il presidente egiziano Abdel Fattah El-Sisi ha avuto colloqui al Cairo con il suo omologo ugandese Yoweri Museveni, sul tema del fiume Nilo. Sisi ha promesso di adottare tutte le misure necessarie per proteggere la sicurezza idrica del suo Paese e a nessuno è sfuggito l’evidente riferimento alla Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la grande diga etiope. Che potrebbe ridurre drasticamente la portata d’acqua del Nilo. L’Etiopia ha accusato Egitto e Sudan di voler limitare le sue ambizioni di sviluppo.

Lo scorso anno, un nuovo accordo sulla ripartizione delle acque del Nilo – il Cooperative Framework Agreement (CFA) – sostenuto da sette Paesi è entrato in vigore, suscitando proteste da parte del Cairo e di Khartoum. Oggi diversi Paesi situati a monte sostengono da tempo che gli Stati a valle, Egitto e Sudan, abbiano ricevuto diritti sproporzionati sul fiume Nilo a causa di accordi risalenti all’epoca coloniale. E la situazione rischia di diventare esplosiva sommandosi alle crisi del Sudan e a quella del Tigray in Etiopia..

 

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