Caffè avvelenato

Aborto obbligatorio

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

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Qui al Bar siamo perplessi, non riusciamo a capire che male facesse una Stanza dell’ascolto per accogliere le donne orientate ad abortire in modo, se possibile, da sostenerle facendo loro cambiare idea, ma (apparentemente) il Tar ha detto no e così a Torino si sbaracca la struttura interna all’ospedale Sant’Anna, nel giubilo osceno delle pazze di Non una di meno e della CGIL.

Difatti il ricorso, più esattamente la rappresaglia, contro la Stanza dell’ascolto partiva dalla CGIL. Così, al grido decrepito io sono mia, il corpo è mio, decido io, si avranno meno ripensamenti e più raschiamenti. Sì, il corpo è tuo, ma se dentro ne contiene un altro, quel corpicino non è solo tuo e prima di rimuoverlo dovresti valutare, riflettere; invece l’aborto, sdoganato dalle pompe di biciclette di Emma Bonino (contemporaneamente un RenatoZero al limite del kamikaze cantava l’inno alla vita negata “Sogni nel buio”, tragedia per sola voce di un feto che moriva in un grido), è diventato un trend, un must, un orpello, un elemento di distinzione, ci sono povere disgraziate che cercano i giornali sfidandosi a chi ne ha praticati di più: simili esibizioniste da filler e da vacanza non venissero, per carità, a scomodare il degrado, le mammane, roba sparita da mezzo secolo, oramai l’aborto è una pratica per evitare incombenze, per di più vantandosene.

Ma, per la precisione, il Tar una volta tanto non ha assecondato le peggiori pulsioni della sinistra, se mai ha cavillato invitando la struttura a precisare meglio il suo personale specializzato; eppure tanto è bastato per scatenare un abortopride a Torino e, per estensione, in Italia; eppure è bastato per scatenare una ignobile stampa militante che fa a gara per intervistare le sciagurate dell’aborto seriale le quali non accettano le critiche di chi “mi fa sentire in colpa”. Ma non voler sentire, non voler sapere serve a poco e ci corre una abissale differenza tra sopprimere un figlio in utero per disperazione e sopprimerlo per allegria, distinzione che si è persa in virtù di una pratica essenzialmente consumistica, modaiola, una barbarie spacciata per progresso.

Al solito, in nome dell’umanitarismo si discendono gli abissi della più cruda disumanità ed è questo che della sinistra fa schifo: quell’ossessione morbosa per tutto ciò che è violazione, mutilazione, fluido da estirpare, placenta da succhiare, feto da ridurre in poltiglia: lo scempio corporale, la vergogna del sangue innocente, l’abominio, l’infanticidio. O, se proprio li lasci vivere, questi feti, almeno stravolgili subito, appena usciti, anche prima, castrandoli, “cambiando” il loro sesso, il che significa sfasciarli nell’identità, nella psiche, nel corpo, provocando mutilazioni orrende e bombardandoli di ormoni ed altre sostanze fortemente cancerogene. Il mondo fa schifo dappertutto, ma questa sinistra di diavoli che porta in processione la multiabortista Marina Abramovic, ha rinunciato all’ipocrisia delle buone cause per votarsi a pratiche di cui perfino i nazisti, a modo loro, si vergognavano, cercavano di tenerle nascoste.

Questo è il primo tempo, a memoria storica, in cui l’abominio non solo non si dissimula ma si sponsorizza sui media, si obbliga possibilmente con forza di legge boicottando ferocementre chi osa combatterlo con le armi della ragione, della carità, della fede quando c’è. Non più aborto libero, ma obbligatorio: fa schifo, e non per modo di dire. E un caffè, ancora una volta, non basta a ricacciare tutto il senso di vomito.

Il Barista, 6 luglio 2025

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