Nessuno governa più da solo. La Svezia indica la strada delle coalizioni, l’Olanda quella della partecipazione e del mutualismo. Due modelli diversi, ma una stessa lezione: la politica europea deve imparare a costruire fiducia. C’è una trasformazione politica che attraversa l’Europa e che non può più essere ignorata: l’epoca dei governi autosufficienti sta finendo. Per decenni abbiamo pensato alla politica come a una competizione nella quale il vincitore conquista il diritto di governare e lo sconfitto passa all’opposizione. Ma le società europee sono diventate più frammentate, gli elettori più mobili e i vecchi blocchi politici sempre meno impermeabili. Il risultato è evidente: sempre più spesso nessuno dispone da solo dei numeri necessari per governare.
E allora la domanda non è più se le coalizioni siano necessarie. La domanda è se la politica europea sia capace di trasformare questa necessità in una nuova cultura della cooperazione.
La lezione della Svezia
La Svezia rappresenta uno degli esempi più interessanti. Di fronte a un Parlamento frammentato, uno degli scenari possibili è quello di una collaborazione tra centrosinistra e sinistra. Ma una simile soluzione non può essere costruita semplicemente sommando i seggi dei diversi partiti.
Le differenze politiche rimangono. Le identità rimangono. Gli interessi elettorali rimangono. Ed è proprio per questo che la costruzione di una coalizione richiede tempo. Non si governa insieme dall’oggi al domani. Prima di un programma comune viene qualcosa di ancora più importante: la fiducia.
La fiducia tra i partiti è la vera infrastruttura di qualsiasi governo di coalizione. Senza fiducia, ogni compromesso diventa sospetto. Ogni concessione viene interpretata come una sconfitta. Ogni divergenza può trasformarsi in una crisi. Con la fiducia, invece, la diversità può diventare una risorsa.
La lezione svedese è dunque semplice: una coalizione non deve necessariamente cancellare le differenze tra i partiti. Deve imparare a governarle. Ed è una lezione che riguarda direttamente anche l’Italia. Abbiamo spesso considerato i governi di coalizione come governi deboli per definizione. Forse dovremmo cambiare prospettiva. Debole non è un governo che deve negoziare. Debole è un governo che non sa negoziare.
Il modello olandese: dalla politica alla partecipazione
Ma la cooperazione non riguarda soltanto i partiti. Qui entra in gioco un secondo modello, quello olandese, che può essere letto attraverso la tradizione del mutualismo, dell’associazionismo e della cittadinanza attiva. Non si tratta semplicemente di un modello istituzionale alternativo al governo di coalizione. È piuttosto una diversa idea del rapporto tra cittadini, società e istituzioni.
L’esperienza olandese ha sviluppato nel tempo forme di partecipazione nelle quali i cittadini non sono soltanto destinatari delle decisioni pubbliche, ma diventano protagonisti di iniziative collettive. La ricerca sul fenomeno della do-democracy descrive proprio il passaggio verso una cittadinanza più attiva, nella quale le persone si organizzano direttamente per affrontare problemi concreti della comunità.
È questa la parte più interessante del modello. Meno Stato che decide tutto dall’alto, più cittadini capaci di organizzarsi dal basso. Il mutualismo contemporaneo olandese mostra inoltre come forme di cooperazione basate sulla condivisione del rischio, sulla solidarietà e sulla fiducia possano riemergere anche nelle società moderne. Esperienze mutualistiche recenti nei Paesi Bassi coinvolgono, tra gli altri, assicurazione, assistenza, energia e altre forme di economia collaborativa. E qui emerge un elemento decisivo: la fiducia torna a essere il capitale politico e sociale più importante.
Svezia e Olanda: due risposte alla stessa crisi
A prima vista, il modello svedese e quello olandese sembrano appartenere a due mondi diversi. Il primo riguarda la capacità dei partiti di costruire una maggioranza attraverso la cooperazione parlamentare. Il secondo riguarda invece la capacità dei cittadini di organizzarsi, collaborare e assumersi responsabilità nella società.
Ma la logica di fondo è la stessa. Cooperare invece di pretendere di controllare tutto. È forse questa la direzione nella quale dovrebbe muoversi la politica europea. Non significa eliminare il conflitto politico. Una democrazia senza conflitto sarebbe semplicemente una democrazia morta. Significa però riconoscere che il conflitto deve avere un limite: quello oltre il quale diventa impossibile governare.
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La nuova politica europea dovrà quindi imparare tre parole: fiducia, responsabilità, cooperazione. La Svezia ci mostra come partiti diversi possano essere costretti a cercare un terreno comune. L’Olanda ci ricorda che anche i cittadini possono essere protagonisti, senza aspettare sempre che sia lo Stato a risolvere ogni problema.
E forse è proprio questa la sfida più importante per l’Italia. Non abbiamo bisogno di un’altra politica fondata sulla promessa che una sola parte possa risolvere tutto. Abbiamo bisogno di una politica capace di riconoscere la complessità della società e di trasformarla in collaborazione.
Il futuro non appartiene necessariamente a chi vince da solo. Appartiene a chi riesce a costruire fiducia. Perché governare insieme non significa rinunciare alle proprie idee. Significa avere la forza politica di capire quali idee possono diventare un progetto comune.
Apostolos Apostolou, 15 settembre 2026
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