Questa cartina non avrebbe bisogno di commenti, racconta una mutazione geopolitica che cinque anni di cronache distratte hanno colpevolmente derubricato, la cartina non è la fotografia attuale ma rappresenta la sua attuazione finale.
Gli Accordi di Abramo, firmati nel settembre 2020, furono il primo atto di una strategia di lungo respiro: sottrarre all’Iran la rendita di posizione che incassa da decenni, non un dazio formale ma la facoltà di far esplodere premi assicurativi e noli su ogni barile che attraversa lo Stretto di Hormuz. come abbiamo recentemente constatato.
IL SEME DEL 2020
Il 19 ottobre 2020, a un mese dalla firma, la israeliana EAPC (ex Eilat-Ashkelon Pipeline) e la joint venture israelo-emiratina MED-RED Land Bridge siglarono il primo, accordo economico nato dagli Accordi. Il disegno era semplice: petroliere dal Golfo a Eilat sul Mar Rosso, poi condotta terrestre fino ad Ashkelon, sul Mediterraneo, e da lì verso l’Europa. Si aggirava il Canale di Suez (non ancora Hormuz) ma la direzione era tracciata.
L’ironia volle che EAPC si configurasse inizialmente nel 1968, come impresa israelo-iraniana, costruita per portare in Europa il greggio dello Scià aggirando Suez. Mezzo secolo dopo, la stessa condotta da 600mila barili al giorno servirà a tagliare fuori proprio gli eredi di quella Persia. Ma il Ministero dell’Ambiente israeliano congelò l’intesa per il rischio sulle barriere coralline di Eilat e il seme restò sottoterra, dormiente.
IL CORRIDOIO CHE CAMBIA TUTTO
La svolta arriva con l’accordo IMEC, India-Middle East-Europe Economic Corridor, annunciato nel settembre 2023. Qui si sovrappongono due reti distinte. IMEC è una ferrovia per le merci, che attraversa Arabia Saudita e Giordania fino a Israele tagliando cinque-sette giorni e fino al 40% dei tempi. Ma il greggio non viaggia su rotaia, Il petrolio corre in oleodotto, ed è la dorsale di tubi quella ritratta nella cartina che prefigura l’aspetto finale dell’opera una volta terminata.
Le due reti si intrecciano senza coincidere. Accanto alla ferrovia, il corridoio prevede cavi elettrici, un gasdotto a idrogeno, dorsali in fibra ottica: infrastruttura, non solo logistica. La ferrovia punta su Haifa, mentre Ashkelon è il terminale degli oleodotti esistenti. E un oleodotto trans-arabico continuo dal Golfo al Mediterraneo, oggi, è ancora un disegno solo in minima parte realizzati: il greggio aggira Hormuz appoggiandosi alle condotte già operative, la East-West saudita e la Fujairah emiratina. Il progetto è andato in stallo dopo il 7 ottobre 2023, e più di un commentatore vede proprio un questo stallo la motivazione cogente della accelerazione improvvisa al conflitto eseguita da Hamas, il proxy fidato della teocrazia iraniana.
LA GUERRA ACCELERA
È il 2026 a inverare il progetto. Con la guerra USA-Israele-Iran e la chiusura di Hormuz, ciò che era velleitario diventa urgenza cogente. Il conto della guerra ha già superato i 25 miliardi di dollari, gran parte riconducibili a quell’unico imbuto. Il cessare il fuoco è alle porte ma nel frattempo le esportazioni del Golfo hanno subito un crollo parossistico: il Kuwait a zero barili ad aprile, il Qatar a meno 90%. Sopravvivono solo i terminali che già aggiravano lo stretto: Fujairah per gli Emirati, l’East-West pipeline saudita verso il Mar Rosso.
Israele accelera sull’IMEC per neutralizzare la leva iraniana, e Netanyahu inquadra senza perifrasi la soluzione post-bellica come il re-routing di petrolio e gas del Golfo attraverso il proprio territorio.
Il punto dirimente è questo: l’Iran viene tagliato fuori con una mappa. Privato di quella leva su Hormuz, il regime perde l’arma economica più temibile, quel ricatto sull’energia mondiale che anche in passato ha foraggiato le Guardie Rivoluzionarie e i loro proxy dal Libano a Gaza, in Iraq per finire in Yemen. Il presidio delle basi americane nel Golfo garantisce la rotta, e il greggio raggiunge l’Occidente con costi e tempi ridotti.
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Resta un ostacolo. L’Arabia Saudita non accetterà una dipendenza strutturale da Israele per l’accesso al Mediterraneo: pochi giorni fa Riad e Ankara hanno siglato una ferrovia alternativa che bypasserebbe proprio Israele. E c’è un paradosso quasi beffardo: il sigillo troppo esplicito di Netanyahu rischia di trasformare un corridoio commerciale in un bersaglio, esponendolo alle rappresaglie dei proxy. Il backbone, insomma, ha più di un architetto e più di un’ambizione contrastante.

Ma la traiettoria di fondo è delineata: Hormuz resterà aperto solo per le rotte verso l’Estremo Oriente, mentre l’Occidente si è già assicurato la sua uscita di sicurezza. Quello che nel 2020 sembrava solo un protocollo diplomatico è oggi l’ossatura di un nuovo ordine energetico mondiale Abramo, a quanto pare, è stato lungimirante.
Giulio Galetti, 17 giugno 2026
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