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La mia vita dopo il tumore

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Lo so che la regola aurea del giornalismo non lo ammette ma, almeno per una volta, scelgo di violarla. È Pasqua, voglio parlare di me, spogliarmi, però con decenza. All’inizio del 2018 i medici scoprirono che avevo un carcinoma alla prostata, e fin qua nulla di strano, stante l’età, era una possibilità. Come disse il mio amico Dario, a quest’età, nel 97% dei casi il cancro è sì un felino, ma assume le forme tranquillizzanti del gatto, anche se nel 3% dei casi, purtroppo, è una tigre. Scoprirono che, purtroppo, era una tigre.

Presi allora una decisione manageriale: affidai la mia “vita” a Dario Fontana e a Umberto Ricardi, amici e professori di fama, e del “Cancro” mi disinteressai, volevo vivere sereno. Eseguì disciplinatamente tutte le prescrizioni-direttive impostemi, nel frattempo loro avevano sparato, in successione, gli unici due missili atomici a disposizione. Sulla carta avevo, almeno psicologicamente, risolto il problema, affidando quindi la “vita” a loro, trattenendo per me lo “stile di vita”. Ci scrissi un libro, dopo un anno posso esprimere tutta la mia soddisfazione: questa scelta manageriale mi ha permesso di evitare che malattia e vecchiaia si fondessero e diventassero per me un’attività. Le riflessioni che ne sono seguite mi hanno trasformato in un uomo diverso, a mio giudizio, migliore rispetto a quello di prima. L’ultima fase della mia vita, che parte dal 2007 (la considero “vita in purezza”: fare attività non retribuite) mi ha permesso di riposizionarmi culturalmente in modo saggio. Ora sono ciò che ho sempre sognato di essere: un intellettuale-operaio, un vero apòta, curioso di tutto e di tutti secondo l’imprinting di mia mamma e di mio papà. Ci tenevo a dirlo.

Il mio “passato” l’ho chiuso in una teca trasparente, ogni tanto lo osservo, mi soffermo sui ricordi, ma non mi trasferisce più emozioni e stimoli, è diventato un album di fotografie belle, ma irrimediabilmente ingiallite dal tempo.

Il mio “presente” ha perso ogni interesse, se non quello legato agli affetti. Leggo meno romanzi, poca saggistica. Salvo un po’ di Toro, niente tv. I talk show politici mi annoiano: so già cosa dicono quelli della compagnia di giro “A”, cosa rispondono quelli della “B”. I giornali cartacei ultimamente li trovo illeggibili, specie quelli importanti, pomposi nella loro vacuità, ormai da ogni loro poro gronda una fake truth. Facebook per i giovani della generazione Z. pare non esista più, resta la quotazione a Wall Street. Instagram non lo conosco a sufficienza per esprimermi, Twitter è diventato una fiera della vanità-volgarità di quelli delle Ztl che, voglio credere, nella vita privata siano meglio di come sembrano in rete.

Il “futuro” è l’unica cosa che mi interessa. Nella mia mente è come se la grammatica si fosse semplificata al punto di avere una sola tipologia di verbi: il “futuro semplice”. Nella vita ho saputo fare (spero con dignità) solo poche cose: leggere, riflettere, scrivere, viaggiare, soprattutto lavorare. Da un anno a questa parte ho fatto un passo avanti, ormai i verbi li declino solo al futuro: leggerò, rifletterò, scriverò, viaggerò, lavorerò.